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A Land Imagined - Recensione (London East Asia Film Festival 2018)

Vincitore del Pardo d'oro al Festival di Locarno 2018, A Land Imagined è un’opera ambiziosa e coraggiosa che offre molti spunti di riflessione stimolanti

Singapore sta lentamente uscendo dall’oblio cinematografico in cui era sprofondata dopo l’indipendenza ottenuta nel 1965, sepolta dall'appetito locale per Hollywood e da una generica latitanza di filmmaker autoctoni. Yeo Siew Hua è un giovane autore e regista e la sua seconda opera A Land Imagined ha vinto il Pardo d’oro allo scorso Festival di Locarno. Aspettando di essere lanciato in patria a dicembre al Festival Internazionale di Singapore e in seguito nelle sale, il film è di passaggio a Londra per il London East Asia Film Festival 2018 che ha dedicato la sua ultima giornata a Singapore con questo film e con Ramen Shop, una opera commovente e dolce-amara in collaborazione con il Giappone.
Difficile immaginare che il sensazionale blockbuster Crazy Rich Asians sia stato girato nello stessa città di A Land Imagined e proprio con questo intento di mostrare una Singapore mai vista prima, il regista Yeo Siew Hua esplora le aree di terra che costantemente vengono recuperate dal mare. Questa pratica chiamata 'land reclamation' è una costante di Singapore (e di molti altri paesi Asiatici come Hong Kong e Giappone), che dagli Anni '80 si è espansa di un buon 20%. Un cantiere eterno frantuma montagne e sassi importati dalla vicina Malesia e anche dal Vietnam e Cambogia e le trasforma in sabbia per prosciugare l’oceano e costruirvi sopra.
In uno di questi cantieri nella zona Ovest di Singapore, il detective Lok (Peter Yu) fa notare al suo compagno che 20 anni fa quello era tutto mare e il collega risponde indifferente che nessuno se lo ricorda, quindi non importa. Questa identità sfocata è il 'fil rouge' di questo film che comincia come un poliziesco dai toni noir. Lok e il collega stanno investigando sulla scomparsa dell’operaio cinese Wang Bi Cheng (Liu Xiaoyi) e del suo amico migrante del Bangladesh Ajit (Ishtiaque Zico) ma di scarso aiuto sono gli altri operai, stanchi e infastiditi, e il boss elusivo che trattiene tutti i passaporti dei lavoratori "perché non li perdano". Lok soffre d’insonnia e nel suo vagare notturno è attratto da un cybercafé dove lavora Mindy (Luna Kwok), una ragazza ombrosa che si ingegna vari modi alternativi per sbarcare il lunario. Improvvisamente l’attenzione della storia si sposta su Wang, in un flashback che lo vede vittima di un incidente, con un braccio rotto e ridotto ad autista di furgone. Anche Wang insonne finisce nel cybercafé e stringe un’amicizia reale con Mindy e una virtuale con un misterioso co-utente di un videogame.
A Land Imagined segue una narrazione non lineare ma frammentata e dai contorni sfocati. Lok esiste nei sogni di Wang, ma forse anche Wang è solo un sogno di Lok e l’atmosfera noir che prometteva un mistero non si sviluppa in realtà in un vero e proprio thriller ma in un onirico vagare sonnambulo tra un tema e l’altro. L’affascinante filo della terra reclamata dal mare porta a considerazioni metaforiche sul multiculturalismo e sull’identità nazionale e personale, che sono intrinsechi nella storia e nella trama sociale di Singapore. Quella sabbia sotto i piedi è Vietnam o Malesia, come Mindy e Wang si chiedono in una delle scene più poetiche del film. E sotto quella sabbia sono sepolti molti sogni, sogni di espansione e di fuga, sogni di libertà e di una vita migliore. Anche lo spostamento di fuoco sui migranti che lavorano in questi cantieri immensi è interessante e mostra un mondo che difficilmente si associa a Singapore. Il problema è che questi temi non vengono esplorati come potrebbero e non prendono mai pienamente né la forma solida di denuncia o osservazione sociale né quella più visionaria e poetica di magico realismo, alla Kaili Blues per citarne un esempio.

Attingendo a piene mani da tanti stili già incontrati, da Lynch a Wong Kar Wai a Diao Yi'nan (Fuochi d'artificio in pieno giorno), Yeo Siew Hua sembra incerto su che piega dare al suo film. Come la roccia di varie nazionalità che si trasforma in sabbia e nutre la terra immaginata, così le ispirazioni del regista si fondono in un composto che è più sabbia mobile che terraferma e indubbiamente questo potrebbe essere proprio il suo intento. Dal punto di vista dello spettatore, però, c’è una certa frustrazione e il pericolo di perdere attenzione e attaccamento ai personaggi lungo il percorso. È comunque un’opera ambiziosa e coraggiosa che offre molti spunti di riflessione stimolanti, e nonostante dubito che possa avere un grande successo commerciale a Singapore ci si augura che sia un’ispirazione per i giovani cineasti locali a staccarsi un po’ dai temi commerciali e prendere il volo.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2.5

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Adriana Rosati

Segnata a vita da cinemini di parrocchia e dosi massicce di popcorn, oggi come da bambina, quando si spengono le luci in sala mi preparo a viaggiare.

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