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London East Asia Film Festival 2016: vincitori, Johnnie To e conclusioni

Titoli di coda per il London East Asia Film Festival 2016, che ha visto trionfare The World of Us di Yoon Ga-eun

La prima edizione del London East Asia Film Festival si è infine conclusa con il Closing Gala e la premiazione dei vincitori. Nell’ambito della serata è stato proiettato il film Three, seguito da un Q&A con il regista Johnnie To.
Vincitore del LEAFF quest’anno è stata la regista sudcoreana Yoon Ga-eun, che si è portata a casa il Phillips-Lee Award e un premio in denaro per il suo film The World of Us. La regista non era presente alla premiazione, ma ha ringraziato il pubblico e gli organizzatori in un video dalla Corea del Sud.
Il Phillips-Lee Award è intitolato a Phil Phillips e Sunok Lee che promuovono registi nuovi ed emergenti dell’Asia Orientale e sono patroni del Festival.
Inoltre la giuria formata da Wendy Ide, Gary Thomas, Nik Powell e presieduta dal regista Mohsen Makhmalbaf ha assegnato una Special Mention al film filippino Pamilya Ordinaryo del regista Eduardo Roy Jr.. Ha ritirato il premio l’emozionata protagonista, Hasmine Killip.

Dopo il film della serata, Three, il regista Johnnie To ha parlato e risposto a qualche domanda e il giorno dopo ha partecipato ad un incontro presso l’associazione culturale China Exchange come appendice molto gradita del London East Asia Film Festival. Entrambi gli interventi di To sono stati moderati da Victor Fan, lecturer del Kings College e uno degli organizzatori del Chinese Visual Festival (CVF).
To, visibilmente stanco la sera ma in buona forma il giorno dopo, ha parlato un po’ degli inizi della sua carriera come regista del canale TVB e di come ci sia capitato per caso. Dopo gli studi, aveva organizzato degli appuntamenti con quattro colloqui per quattro lavori diversi. Il primo con la TVB andò bene, fu assunto e rinunciò ai restanti colloqui. La sua ambizione era di diventare assistente di produzione, ma dopo due anni passò a dirigere i programmi con forti restrizioni dalla direzione. Solo dopo il successo della commedia The Eighth Happiness (1988) a To è stata data libertà totale di espressione. A quei tempi, ha spiegato To, il cinema di Hong Kong era molto 'stretto' nei confini di genere, quello che andava per la maggiore erano commedie e tutti gli avevano sconsigliato, pena fallimento, di scostarsi da quel modello. “Ma io mi stavo ribellando e alla fine un film come All About Ah-Long (1989) ebbe molto successo. Non è stato un cambiamento radicale ed improvviso, ma sentivo che il pubblico dava dei segnali di essere pronto per qualcosa di diverso”.
To ha aggiunto che Hong Kong è sempre stata molto più liberale della Cina Mainland e che ha la sensazione che l’audience cinese al momento sia simile a quella di Hong Kong di quegli anni.
E a proposito di Drug War, la sua prima collaborazione con la Cina, ha detto di aver usato l’espediente di sfruttare sfacciatamente lo stereotipo dei film cinesi dove tutti i criminali sono di Hong Kong: è stata mostrata una breve clip del film in cui la polizia cinese legge sul verbale che Louis Koo è di Hong Kong e lo guarda come se solo quello bastasse per incriminarlo.
Infine il regista ha concluso 'marpionamente' con quello che tutti vorrebbero sentirsi dire da lui, ovvero che se non fosse che i soldi della Cina gli servono per pagare l’enorme team che lavora per lui, il suo vero sogno sarebbe di continuare a fare film piccoli, dal tocco personale e girati a Hong Kong, come Sparrow, PTU e Throw Down. Sarebbe stato più ruffiano di così solo se avesse detto che girerà di certo Election 3, ma a To gli si perdona!

In conclusione, possiamo dire che il bilancio di questa prima edizione del London East Asia Film Festival sia decisamente positivo. L’organizzazione efficiente e la presenza di tanti registi e ospiti, quasi uno per ogni film, hanno reso l’esperienza molto godibile.
Come ho detto all’inizio, la selezione è stata un po’ troppo sbilanciata sul fronte sudcoreano, ma la qualità media dei film era elevata. Il mio desiderio per il prossimo anno, oltre ad una maggiore varietà, è forse di avere anche una sezione più stravagante, come era per esempio la “all-night horror” del Terracotta Film Festival o una retrospettiva di un genere particolare, per rendere il festival più pop e accattivante. E poi sul lato organizzativo l’introduzione di un biglietto o pass per l’intero festival o per un buon numero di film invece di avere solo l’opzione del biglietto singolo. Ma sono solo problemi da 'neonati'. La direttrice del Festival Jeon Hye-jung è una donna di grande intraprendenza e sono sicura che questo nuovo appuntamento londinese si evolverà in accordo con il pubblico.




Adriana Rosati

Segnata a vita da cinemini di parrocchia e dosi massicce di popcorn, oggi come da bambina, quando si spengono le luci in sala mi preparo a viaggiare.

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