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Top of the Lake: prime impressioni sulla seconda stagione China Girl

Premesse brillanti per la seconda stagione di Top of the Lake, la serie tv di Jane Campion e Gerard Lee di cui abbiamo visto in anteprima due nuovi episodi

(Questo articolo contiene spoiler moderati, ma solo della prima serie).
E’ ufficiale, Cannes ha ceduto alla TV. Nella settantesima edizione del festival, infatti, sono state presentate due serie televisive. Due serie speciali però, entrambe dirette e co-create da due prestigiosi registi. Stiamo parlando di Twin Peaks di David Lynch, che ha rivelato i suoi primi due episodi, e Top of The Lake di Jane Campion, di cui è stata mostrata l’intera seconda seconda stagione, sottotitolata China Girl. Oltre alla partecipazione al prestigioso festival, le due serie hanno in comune due registi veterani di Cannes, che hanno vinto in passato una Palma d’Oro: Lynch per Cuore selvaggio nel 1990 e la Campion per Lezioni di piano nel 1993.
Dopo Cannes, la regista, il suo co-autore Gerard Lee e le due attrici Elisabeth Moss e Gwendoline Christie sono volati a Londra dove hanno presentato, al British Film Institute (BFI), i primi due episodi della serie che uscirà a Settembre sulla BBC (che ha commissionato la seconda stagione) e hanno presieduto un pannello di discussione. Sono andata a questa gustosa anteprima, memore della qualità e del successo della prima stagione (che al tempo non prevedeva un seguito) ed ecco cosa ci promette questo nuovo appuntamento.

Dove eravamo rimasti.
Giusto per ricapitolare, la prima mini-serie di 6 episodi aveva introdotto la detective Robin Griffin (Elisabeth Moss) della polizia australiana che torna temporaneamente, per problemi famigliari, nella sua terra, la Nuova Zelanda, dove finisce ad investigare la misteriosa scomparsa di una dodicenne nativa, incinta, ritrovandosi alle prese con i fantasmi del suo passato che pensava di aver lasciato indietro. La ricerca della ragazza rivelerà in seguito una complessa e inquietante rete di pedofilia, abusi, faide di clan e corruzione, sullo sfondo di una natura splendida ma dal cuore marcio e di una società retrograda e dominata da personaggi (negativi) maschili. Come bonus, una galleria di elementi memorabili, molto neozelandesi, tra tutti il drug lord interpretato potentemente da Peter Mullan e una strepitosa Holly Hunter, indimenticabile guru della comunità femminile/femminista Paradise, refugium di donne che scappano da abusi domestici.

La seconda stagione. Questa nuova stagione riprende Robin quattro anni dopo, ritornata al lavoro in Australia, a Sydney, dove l’intero corpo di polizia, un ambiente tradizionalmente dominato dagli uomini, stenta a prenderla sul serio. C’è un piccolo gancio/flashback della Nuova Zelanda che ci fa capire lo stato emozionale in cui Robin si trova, emotivamente fragile e ancora scossa dal caso neozelandese della ragazzina scomparsa che aveva aperto le ferite mai rimarginate, molto intime, di uno stupro subito a soli sedici anni e in seguito una serie di gravidanze volute ma mai potute portate a termine.
Robin non è la sola a riapprodare, come una zattera sbatacchiata, sui lidi australiani. Una valigia portata dalle onde viene ritrovata una mattina sulla spiaggia di Sydney, la famosa Bondi Beach. Nella valigia un triste carico, il cadavere di una giovane ragazza asiatica, che in attesa di identificazione viene soprannominata China Girl. Robin si aggrappa a questo caso che sembra darle motivazione e determinazione e le viene affiancata Miranda (Gwendoline Christie, la poderosa Brienne di Tarth de Il trono di spade), un’agente di polizia stralunata e allampanata che con Robin forma un’improbabile coppia. Non è difficile immaginare che nello svolgimento della storia il loro legame prenderà importanza.
C’è anche un’altra linea narrativa parallela e personale che si snoda nell’intreccio. Robin aveva avuto una figlia dallo stupro subito, che aveva dato in adozione immediatamente dopo la nascita e che ora vuole incontrare. La ragazza ha 17 anni e vive a Sydney con i ricchi genitori adottivi che stanno per divorziare perché la madre (Nicole Kidman) ha una relazione con un'altra donna. La riottosa 17enne Mary (interpretata dalla figlia della regista, Alice Englert) ha, a sua volta, un legame con un 40enne spiantato ex-professore, che ora insegna l’inglese 'sporco' alle ragazze asiatiche del bordello del palazzo dove abita e che vuole sposarla. Robin ha contattato la famiglia adottiva e si appresta a incontrare Mary per la prima volta.
Ci sono molti elementi e tematiche femminili, tanti riferimenti alla maternità, Robin e la figlia, le sue fallite gravidanze, la stravagante madre adottiva di Mary, non ultima la figlia reale di Jane Campion e altri ancora che non rivelerò.

Impressioni. L’intreccio si presenta interessante, c’è un caso intrigante, il classico “chi è stato?”, e vari fili personali che si intessono nella trama, ma la ricchezza di questa serie ancora una volta mi sembra risiedere molto anche nella galleria di personaggi disfunzionali e bizzarri, spesso franchi nel linguaggio e con una vena comica che un po’ ricorda quella dei fratelli Coen. Sono personaggi che ti saltano addosso, tratteggiati magnificamente anche con poche pennellate e che promettono di animare con forza lo svolgimento futuro. Anche le figure di supporto sono solide e vivide, le ragazze del bordello, i geek del porno, il medico legale, il padre adottivo di Mary. Jane Campion ha cambiato radicalmente lo sfondo della narrazione, dall’idillico paradiso della Nuova Zelanda alla frenetica realtà urbana di Sydney, ma ha mantenuto la sua curiosità per le piccole comunità di 'frangia', che sopravvivono e in un certo senso animano il più vasto macrocosmo che le ha create.
Nella discussione alla fine della visione Jane Campion ha evidenziato questa sua attrazione verso situazioni drammatiche e oscure e per i personaggi disfunzionali. “Quando Elisabeth (Moss) ci ha chiesto, per amore di sfida, di rendere questa seconda serie ancora più dark, per noi (Campion e co-autore Gerard Lee, ndr.) è stato come essere in un parco dei divertimenti! Noi ci sguazziamo in queste situazioni e abbiamo subito piazzato Robin al fondo della sua autostima ed equilibrio psichico. Abbiamo anche fatto molta ricerca negli ambienti dei bordelli asiatici e abbiamo parlato con tantissime ragazze e lady-boys. Poi quando mi sono ritrovata Gwendoline (Christie) che mi scongiurava di darle la parte di Miranda non potevo credere alla mia fortuna”. Basta però sentir parlare Gerard Lee per capire che c’è anche molto senso dell’umorismo in questo lavoro: è stato infatti impossibile fargli finire una frase senza scoppiare a ridere di cuore.

Arrivederci a settembre. La serie, come la prima, pur avendo un respiro ed un look molto cinematografico (è una breve serie, quasi un film molto lungo), sembra terminare ogni puntata su un cliffhanger, ovvero su un sapiente misto di suspense e frustrazione, tipico di una buona serie televisiva.
Le premesse sono brillanti, ho molta fiducia in questo secondo lavoro. Ora la cosa più logorante per me, che ne ho viste due puntate, sarà aspettare il seguito a settembre, quando la serie inizierà a essere trasmessa.







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Adriana Rosati

Segnata a vita da cinemini di parrocchia e dosi massicce di popcorn, oggi come da bambina, quando si spengono le luci in sala mi preparo a viaggiare.

1 commento

  • lucia
    lucia Lunedì, 31 Luglio 2017 11:52 Link al commento Rapporto

    Buongiorno,
    ho appena finto la visione di questa seconda stagione, bellissima.
    Quando parli di settembre ti riferisci al seguito delle 6 puntate o significa che ancora dovevi ultimare la stagione?

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