Steve Jobs: l'intervista perduta
- Scritto da Jlenia Currò
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"Salve, mi chiamo Steve Jobs, lei non mi conosce, ma ho dodici anni, sto costruendo un frequenzimetro e mi servono dei pezzi di ricambio". La telefonata stramba di un bambino a Bill Hewlett, cofondatore della Hewlett Packard. Inizia così il personaggio Steve Jobs.
Un lavoro estivo nella multinazionale statunitense, le riunioni, ogni martedì, nel centro di ricerca a Palo Alto, l’amicizia con Steve Wozniak, il blue-boxing. Un’evoluzione. Sempre meglio, sempre più in alto. Fino a toccare il cielo, con una mela.
La Apple II fu un successo enorme. Ma dopo l’apice, come insegna la struttura della tragedia greca, c’è il declino. Nel 1984 il Macintosh rappresentava la creatura perfetta partorita da Steve Jobs e dal suo team di eletti. Verso la fine dello stesso anno, però, il settore entra in recessione ed emergono i primi disaccordi con John Sculley, ex presidente della PepsiCo. Il sangue freddo nel creatore della pseudo-religione della mela morsicata inizia a ribollire quando l’intervistatore Bob Cringely 'apre questa cartella' per la sua serie Il trionfo dei nerd. Se Jobs all’inizio della chiacchierata ammetteva, spavaldo, che la gestione di un’azienda non è roba da cervelloni, poi ritratta confessando che trent’anni sono pochi per mandare avanti un impero da due miliardi di dollari. Come dargli torto?
Al divorzio seguono la fondazione della NeXT e l’acquisto della divisione grafica della Lucasfilm, ribattezzata Pixar.

È capriccioso. Si presenta come un uomo pacato, cauto nei giudizi. Eppure sappiamo che, quotidianamente, dava di sé un’immagine ben diversa. Licenziava le persone in ascensore perché le risposte alle sue domande non erano come lui si sarebbe aspettato. Credeva che nella redazione del Time, nessuno fosse abbastanza intelligente da avere una conversazione con lui.
È un santone del prodotto. Nel confronto con Cringely sembra dotato di una sorta di spiritualità artigianale. La sua fede illuminista nelle capacità dell’essere umano risiede nel lavoro di chi costruisce un prodotto. Di chi programma un computer. Tanto da ritenere opportuno che chiunque debba conoscere il linguaggio informatico. Dovrebbero insegnarlo a scuola. Un ragionamento efficace che, però, assume sfumature inquietanti quando parla dello spirito che si infonde alle cose creandole, e di quello che gli oggetti stessi trasmettono, usufruendone.
È un profeta. Quando parla del Web, se si pensa che le parole risorgono dal 1995, pare abbia sbirciato attraverso una sfera magica. Miliardi di dollari di beni venduti via Web. Il rapporto diretto con il cliente. La pari visibilità di piccole aziende e colossi dell’economia. Ma soprattutto la svolta sociale del computer. Sembra abbia trasmesso, tramite un codice criptato, gli algoritmi dei social network.
È un esteta. Odia la Microsoft. E questo lo sapevamo. Ma non per il suo successo. Per la colpa di non avere gusto, di realizzare prodotti mediocri, banali, per gente altrettanto mediocre. L’instancabile sostenitore del motto “less is best” fa dell’estetica la sua etica.
Sostiene di non avere mai pensato e agito in vista dei soldi, dell’arricchimento, ma per passione. Nutre un amore sconfinato e ai limiti del razionale verso questo apparecchio paragonato ad un vettore che, se si è capaci di modificarne la traiettoria, può andare nella direzione giusta e migliorare il futuro.
Qui irrompe l’acume di Cringely che, subito, incalza "ma come fai a sapere qual è la direzione giusta?". "Sai, in fondo, è questione di gusto", risponde dopo una lunga attesa che lo rende più umano dello starnuto sfuggito a metà dell’intervista. Quello stesso gusto che gli ha fatto scegliere la sua uniforme, lupetto nero, blue jeans e scarpe sportive. Sempre lo stesso brand. Sempre dello stesso colore. Un segno di riconoscimento che, oggi, potrebbe diventare la maschera del martedì grasso. Ché a esser troppo seri si corre il rischio di diventare ridicoli.