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Vicini del terzo tipo

Una immagine tratta da Vicini del terzo tipo"I veri artisti non copiano, rubano" diceva Picasso. E ad Akiva Schaffer non si può certo dare del ladro. Il regista ha creato una squadra di sorveglianti notturni grazie ad un mix di Men in Black e Ghostbusters. Una generosa sbirciatina alla trama di Attack the Block, guardie notturne solitarie da Una notte al museo e il risultato è un minestrone che lascia risatine perplesse

Le avventure di vigilantes improvvisati fanno l’effetto di un déjà vu lungo poco più di un’ora e mezzo, sebbene con qualche abbaglio che sa di nuovo. 
Dopo un omicidio avvenuto nell’ipermercato di cui è direttore, Evan Trautwig (Ben Stiller) assembla una squadra di sorveglianza per proteggere il quartiere di Glenview. I quattro volontari Evan, Ben (Vince Vaugh), Franklin (Jonah Hill) e Jamarcus (Richard Ayoade), ognuno un po’ sui generis, si troveranno, molto presto, di fronte ad una minaccia ben più inquietante di un assassino. Una colonia di alieni con le solite manie di grandezza: conquistare il mondo. Impavidi nelle loro divise kitsch affronteranno gli extraterrestri in un alternarsi di buffi imprevisti.  
Forse l’obiettivo del regista Akiva Schaffer era quello di fare una versione di Attack the block per ‘grandi’. Sarà per questa ragione che le donne sono pressoché assenti. Il gruppetto di soli uomini potrebbe far pensare che si tratti di un addio al celibato finito con un eccesso di allucinogeni tanto da immaginare alieni con una melma verde pisello al posto del sangue. La demenzialità è un po’ forzata, ad eccezione di certe battute esilaranti.
Anche Ben Stiller copia se stesso, regalandoci espressioni di gomma com’è solito fare e alternando un invidiabile autocontrollo a qualche scatto di isteria. Vince Vaugh concede un sospiro di sollievo, ma questo non basta a far passare inosservata la confusione del film che dimostra di non avere un’identità definita. I personaggi chiacchierano come adolescenti nei giorni più difficili del mese, e questa è l’unica nota (stonata) femminile nel racconto. 
Il film trasmette una certa indecisione anche con i tempi. Nella prima parte troppo dilatati rispetto a quello che c’è, effettivamente, da dire. Nella seconda metà, invece, l’accelerazione, grazie all’ausilio di gag più inaspettate, fa risalire la curva che sembrava inesorabilmente discendente. 

Una nota a favore è certamente quella dell’ironia di un indimenticabile pezzo dei Doors come sfondo per una situazione grottesca con tanto di slow motion. Con questo tipo di umorismo la pellicola avrebbe avuto un ritmo più coinvolgente, mettendo in moto con maggior frequenza i muscoli del viso impegnati a mostrare i denti. Invece ci si trova più spesso con un labbro all’insù, come piace tanto a Katie Holmes
 
 
 
 
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