Libri sul cinema

L'invenzione del reale: conversazioni su un altro cinema italiano

Un viaggio di idee e visioni in un terreno poco esplorato ma ricco di soddisfazioni festivaliere e di pubblico. Dario Zonta intervista 10 registi italiani che vivono (o hanno vissuto) nel documentario per capire in che modo si rapportano alla materia del reale. Come la ritraggono, in che modo e perché la analizzano, quali aspetti del lavoro di costruzione di un film privilegiano, per descrivere, a modo loro, un pezzo del mondo di oggi

Il documentario italiano vive oggi una stagione florida di autori e creatività. La candidatura all'Oscar di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, senza escludere le sue vittorie a Berlino e Venezia, è l'espressione più visibile di un movimento profondo e solido di idee, riflessioni, modi di lavorare e interpretare il cinema documentarista che riceve consensi e visibilità internazionale. Dario Zonta ha avuto la possibilità di collaborare nello sviluppo di questa corrente espressiva e di riversare il suo confronto con gli autori nel volume L'invenzione del reale. Conversazioni su un altro cinema, edito da Contrasto (212 pg., 21,90 €). Qui il critico e produttore dialoga con 10 registi italiani che utilizzano il documentario: questi sono Gianfranco Rosi, Roberto Minervini, Alina Marazzi, Pietro Marcello, Michelangelo Frammartino, Giovanni Columbu, Alessandro Comodin, Leonardo Di Costanzo, Alice Rohrwacher, Matteo Garrone. Nella sua indagine, come suggerisce il titolo del libro, Zonta individua nella ricerca del reale, della verità, della rappresentazione più realistica il fil rouge dell'attività di questi registi. Gli interrogativi posti dall'autore, infatti, esaminano tutti gli aspetti del loro cinema, da quelli più intellettuali a quelli pratici (di produzione e azioni sul set), all'idea artistica, alla necessità comunicativa, così da definire per ognuno di essi una poetica e una teoria della settima arte che si muove nella realtà di oggi.

L'indagine del reale. I documentaristi vengono intervistati riguardo il metodo di lavoro, l'organizzazione alla base della creazione di un documentario o di un film di finzione, la scelta del cinema come mezzo d'espressione d'indagine, la propria concezione di scrittura, montaggio, relazione con gli interpreti, il concetto di immagine, i rapporti con la critica e con le produzioni che spesso sono più un problema e quindi cosa significa ad oggi essere 'autoproduttori' del proprio lavoro. I quesiti, inoltre, si muovono sulla differenza che intercorre, se esiste, tra finzione e documentario, sullo scopo politico e sociale del cinema. L'indagine conduce a definire figure artistiche dubbiose, angosciate, instabili, in perpetuo movimento e allo stesso modo determinate e ferme nel rimane puri e saldi ai propri metodi di lavoro e alle proprie convinzioni. Il libro di Zonta propone una realtà artistica che indaga e approfondisce la realtà reale. Una realtà che vive all'interno di un'altra ma non troppo liberamente.

Riferimenti. Tutti i registi sono abbastanza concordi nell'individuare il loro padre spirituale e artistico in Vittorio De Seta. Stando a quanto da loro detto, a lui va riconosciuto il merito di aver creato le immagini, a volte troppo estetiche, del documentario italiano nella direzione di una profonda indagine e testimonianza di quello che era la sua realtà. A lui si uniscono altre figure di riferimento. Comodin, a proposito della sua formazione artistica, dice che la sua scuola di cinema è stata Fuori Orario, come anche i maestri del cinema taiwanese quali Hou Hsiao-hsien e Tsai Ming-liang o la giapponese Naomi Kawase. Di Costanzo dal canto suo deve molto a Ken Loach, Abbas Kiarostami ed Ermanno Olmi con cui ebbe l'occasione di collaborare per Tickets, film a episodi del 2005, girato dai tre registi.

Idee, certezze e fasi di lavoro. Le interviste, quindi, prendono avvio dalla formazione di ognuno per poi esplodere nella declinazione delle loro poetiche da cui si evincono diversi e convergenti interpretazioni del reale. Rosi afferma che l'elemento di realtà per eccellenza è la verità del personaggio, la sua essenza, la possibilità del regista di sintetizzare la sua vita nel suo percorso, e che filmarlo significa costruire un momento di realtà. Grande importanza, infatti, pone il regista italiano nell'instaurare un rapporto di fiducia con gli 'interpreti' dei suoi documentari, con le loro storie e con i luoghi da loro vissuti, spesso depositari della nascita del film. Anche Minervini è attento ad ascoltare e osservare le vite dei suoi personaggi, per creare una messinscena che sia il più possibile prossima alla verità, la quale spesso emerge da ore di girato condotte in assoluto silenzio nella speranza di cogliere l'attimo. Frammartino, dal canto suo, inventa il reale andando a filmare ciò che è veramente reale come dimostrato nei suoi film Alberi e Le quattro volte. Al regista di origine calabrese interessa, quindi, l'ordinario, il naturale, il vero che esiste in ogni luogo e che si alimenta nel momento della ripresa. Il reale, nel suo pensiero, è fatto di esperienze che si confrontano con l'essere umano, unico canone di creazione delle inquadrature. Anche Columbu a riguardo sostiene che il film si scrive nell'ascoltare i luoghi, le persone, gli interpreti, mentre Di Costanzo è più portato a trovare un'intuizione, un desiderio all'origine del documentario che pesca nella propria realtà. 
Il film, così, diviene un mezzo per stimolare dei sogni, l'immaginazione degli spettatori, come sostiene anche Garrone, il quale muove le sue pellicole dalla storia e dai luoghi, a volte loro stessi i protagonisti, a cui associa un lungo lavoro sui personaggi, sulla loro umanità e sui rispettivi conflitti. Anche lui desidera stimolare il pubblico, non potendone e non volendo avere il controllo. L'educazione e la stimolazione del pubblico appare essere un tratto comune a tutti i registi intervistati. Alice Rohrwacher afferma che i suoi lavori costruiscono dei mondi visivi in cui al loro interno chi osserva può porci ciò che crede, allo stesso modo delle realtà create da Minervini, utili a stimolare lo spettatore a proseguire la sua indagine visiva anche dopo la conclusione del film, o della volontà di osservazione di Marcello che lascia ampio spazio all'immaginazione.
Se quindi, i documentaristi italiani appaiono concordi nel credere ancora nel potere educativo e di suggestione del cinema, allo stesso tempo teorizzano una personale distinzione tra cinema di finzione e cinema della realtà. Comodin afferma che non esiste una netta distinzione tra documentario e finzione in quanto il cinema provoca emozioni. Il reale, stando al regista friulano, porta alla finzione perché le immagini vengono fuori dalla storia e dietro ognuna di esse c'è un universo di qualcos'altro che non è strettamente connesso al reale. Minervini sostiene che il suo cinema cammina tra finzione e realtà perché porsi di fronte alla macchina da presa crea una situazione di finzione, una performance del reale. Marcello non crea un cinema specifico del reale, bensì una trasposizione del reale, ossia sceglie che cosa proporre di quella parte di realtà di cui è testimone. Marcello, tanto quanto Rosi, è convinto che un regista documentarista deve essere anche microfonista, cameraman, fonico e soprattutto produttore.

Chi produce e in che modo? Alle domande di Zonta su come i diversi registi vivono e intendono la fase produttiva i pareri sono più o meno unanimi. Il regista Leone d'oro afferma che i premi e la visibilità internazionale gli concedono libertà e tempo di partire e costruire la sua descrizione del reale soprattutto senza troppi vincoli da parte dei produttori. Minervini si è sposato negli Stati Uniti perché si sente più ascoltato e libero, mentre la Marazzi per Tutto parla di te è dovuta scendere a molti compromessi fino a dover bussare alla porta dei francesi che hanno richiesto la presenza di Charlotte Rampling nel film. Pure Garrone per Il racconto dei racconti è andato Oltralpe fino a dover impegnare la sua casa come garanzia, ma, come dice lui stesso, "fa parte del mio mestiere anche questo". Se Comodin dice che nel suo cinema ha sempre fatto ciò che ha voluto, Marcello è convinto che per fare un film bisogna avere un budget di qualunque misura e che quelli a basso costo permettono di essere più libero e scendere a meno compromessi. Le regole dei produttori non combaciano con quelle dei registi, afferma Columbu in riferimento alla possibilità di essere liberi di fare il proprio tipo di cinema. Ciononostante, bisogna incoraggiare gli autori a fare ciò in cui credono.

Perché leggere questo libro. Dalla lettura del libro di Zonta emerge un profilo dei dieci registi come di attenti osservatori della realtà. Registi che dividono in pezzi la realtà per costruire narrazioni che si ampliano e assumono ampie proporzioni concettuali nel momento della ripresa e che aiutano lo spettatore a viaggiare perché chi guarda è in grado di riempire le immagini di significati propri. Lo scopo primario del curatore del volume non è certo di dare una definizione del rapporto tra documentario e realtà, bensì di permettere a chi legge di conoscere, di approfondire, di capire il lavoro creativo, pratico, di interazioni e rapporti e compromessi alla base della creazione delle immagini. Ciò si evince grazie a un preciso e costruito lavoro di indagine che, come visto, scandaglia, esplora, approfondisce con quesiti mirati a sviscerare il pensiero e le idee di questa Nouvelle Vague, come la definisce lo stesso Rosi: "Noi italiani siamo un po' la nuova Nouvelle Vague che a mio avviso non c'è in questo momento in Francia, non c'è in Germania, non c'è in Inghilterra".

Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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