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Terre di Confine Film Festival 2019: intervista a Orlando Lübbert

Incontro con il regista cileno: il cinema durante il governo Allende, il lungo esilio in Germania ai tempi della dittatura di Pinochet, i lungometraggi Taxi para tres e Cirqo presentati in Sardegna al Terre di Confine Film Festival

Pur non avendo fatto tanti film – per difficoltà produttive, vicende storiche del suo Paese e personali, ma anche per una grande coerenza che l’ha portato a rifiutare progetti sui quali non avrebbe avuto una completa libertà autoriale – Orlando Lübbert è una figura chiave del cinema cileno. Regista, sceneggiatore e docente (ha avuto come allievo anche il premio Oscar Sebastián Lelio) nasce nel 1945 a Santiago. Nei primissimi anni Settanta vive da vicino la stagione di rinnovamento politico e sociale che caratterizza il Paese sotto il governo di Unidad Popular guidato da Salvador Allende. Molti registi si raccolgono intorno a quella esperienza e alcuni ne documentano le attività, come Patricio Guzmán che realizza El primer año sui primi dodici mesi del governo. Orlando Lübbert è suo assistente e inizia così a lavorare nel cinema. Il colpo di Stato del generale Pinochet, l’11 settembre 1973, cambia però tutto. Lübbert che in quel periodo sta lavorando a un documentario sul movimento operaio cileno va in esilio, prima in Messico per un anno e poi in Germania, portando con sé il materiale girato e quello d’archivio utile per quel lavoro: nel 1975 vedrà così la luce Los puños frente al cañón.

Vive quindi  in Europa per circa vent’anni, riuscendo a lavorare ad alcuni film, come El paso e La colonia, che riguardano sempre il suo Paese. Tornato in Cile, realizza Taxi para tres, il suo film più noto, vincitore di numerosi premi internazionali. Tra questi spicca la Concha de Oro, il riconoscimento principale del Festival di San Sebastián nel 2001. “Il presidente della giuria era Claude Chabrol”, ricorda Lübbert che in questo film, sorprendente, cattura subito lo spettatore. Con un inizio senza fronzoli introduttivi: un tassista sta guidando il suo taxi quando ha problemi al motore, due uomini fingono di aiutarlo ma in realtà hanno bisogno di un autista per una rapina. Lo costringono, minacciandolo, e a fine serata il tassista sedotto dai soldi che i due malviventi gli danno come compenso finisce per diventare loro partner in altre rapine.

Soltanto diversi anni dopo, nel 2013, torna a girare un film: Cirqo, un racconto emozionante incentrato su due uomini che durante il regime di Pinochet riescono a sfuggire a un plotone di esecuzione e sono soccorsi e ospitati in un circo. Si rifanno così una vita come clown, ma vivono nel dolore di non poter rivedere le loro famiglie, mentre un sanguinario agente del governo continua a dargli la caccia. Un film drammatico, pur con momenti ironici, che racconta attraverso la finzione cinematografica un pezzo di storia del Paese. Il Cile, protagonista alla dodicesima edizione di Terre di Confine Film Festival, in Sardegna, dove Lübbert ha presentato proprio Taxi para tres e Cirqo.

Nelle sue note biografiche si legge che ha studiato architettura. Come si è avvicinato al cinema?
Credo l’architettura abbia dei punti di contatto con il cinema. Per la composizione dell’immagine, la gestione dello spazio. E poi appartenevo a una generazione molto inquieta, animata per quanto riguarda il tema politico, più in generale della comunicazione e quindi del cinema. A incrementare la mia passione contribuirono anche i maestri italiani, i film di Monicelli o Risi per fare due nomi di registi che amo molto. Capii quindi che era quello il mio percorso, in particolare allora il cinema documentario che era quello che potevo fare. Alla fine degli anni Sessanta iniziai a lavorare con i diaporama. Raccontavano storie con diapositive, accompagnando le immagini con musica e testo, per spiegare al popolo certi argomenti. Soprattutto storici o che riguardavano il movimento contadino. Tutto senza soldi. Non era vero cinema, ma per la gente era comunque cinema. Poi agli inizi degli anni Settanta, dopo la vittoria di Allende, fui chiamato da Chile Films, l’ente statale di cinematografia. Non era facile, perché complice il boicottaggio degli Stati Uniti mancava il materiale, ma fu un periodo di grande vivacità. Collaboravo con Guzmán e cominciai a lavorare al mio primo film, un documentario sul movimento operaio cileno.

E poi arrivò il golpe di Pinochet.
Un giorno terribile. Guzmán fu arrestato e tra i detenuti all’Estadio Nacional, noi salvammo il suo materiale (che userà per il suo famoso lavoro La battaglia del Cile) e il nostro. Tanto materiale d’archivio che riuscimmo a nascondere e a portare fuori dal Paese. In Messico. L’obiettivo era terminare il film. Il mio collega Gaston (Ancelovici) andò in Europa e poi trovammo un sostegno produttivo a Berlino per completare il progetto. Così arrivai in Germania. Mio nonno era tedesco e per questo fu più facile ottenere il passaporto. Nel 1975 terminammo il documentario: Los puños frente al cañón, che racconta lo sfondo storico in cui avviene il golpe militare. Ebbe una buona accoglienza, una critica importante. E lo presentammo anche in Italia, al festival di Pesaro su invito di Lino Micciché.

In Germania come proseguì la sua carriera di regista?
Non fu facile all’inizio, non mi conosceva nessuno. Però qualche tempo dopo seppi che nella Repubblica Democratica Tedesca, l’ex Germania Est, si pensava a un lavoro sul Cile e anche grazie a un amico sceneggiatore che avevo conosciuto a un festival cinematografico, il grande autore Wolfgang Kohlhaase, entrai in contatto con la produzione e mi fu proposto di dirigere un lungometraggio di finzione. Per me una novità, non avevo ancora lavorato con degli attori. Il film si intitola El paso e i protagonisti sono interpreti cileni che erano in esilio. Racconta la fuga di tre uomini dalla persecuzione militare dopo il golpe, attraverso la cordigliera delle Ande che nelle riprese in realtà è una zona montuosa della Bulgaria. Un film importante perché fu molto visto in America Latina e apriva in qualche modo un movimento che rappresentava il cinema cileno nell’esilio. In seguito lavorai molto su un film che uscì alla metà degli anni Ottanta, La colonia, che affronta il tema della setta Colonia Dignidad fondata in Cile da un gruppo di immigrati tedeschi. Sono stati documentati i legami con il nazismo e la collaborazione con la dittatura di Pinochet, come centro di tortura. In Germania nessuno lo sapeva e il film fece scandalo.

Ma quando tornò in Cile?
Una prima volta nel 1986. Incaricato di fare un documentario sulla cultura cilena che stava sorgendo, una certa cultura critica. C’era però ancora la dittatura e anche se avevo la copertura della televisione tedesca che era importante, bisognava fare attenzione. Dopo una settimana dall’inizio delle riprese ricevetti una lettera con una minaccia di morte. Poi tornai definitivamente in Cile nel 1995. A dire il vero non ci pensavo a trasferirmi, anche se Pinochet non era più al potere da un po’, perché ormai avevo la mia vita in Europa. Vinsi però un premio con una sceneggiatura, una commedia, e mi offrirono un prezzo molto buono per venderla. Con i soldi potevo sistemarmi in Cile tranquillamente almeno per un paio di anni e quella fu l’occasione per tornare. Poi iniziai anche a insegnare cinema a Santiago.

Qual è la cosa più importante che cerca di trasmettere ai suoi allievi?
Anche se ho vissuto a lungo in Germania, io credo molto nell’identità. Il meraviglioso cinema iraniano è importante perché è iraniano. Nei loro film vedi le strade, i bambini, i problemi del Paese. Ho conosciuto Gabriel García Márquez e una volta gli chiesi: “Il cinema latinoamericano otterrà gli stessi risultati raggiunti dalla letteratura latinoamericana?”. Lui mi rispose così: “Per anni abbiamo scritto per essere tradotti nelle altre lingue, pubblicati all’estero. Ma trionfiamo quando smettiamo di pensare in questo modo e iniziamo a conquistare il cuore della nostra gente”. Queste parole spiegano bene quello che mi interessa. Cerco di insegnare ai miei allievi che l’obiettivo non è l’Oscar, imitare un regista francese o fare come gli americani. L’obiettivo vero è l’identità, il cinema nel luogo.

Nel 2001 dirige Taxi para tres che è riconosciuto come uno dei più importanti film cileni di sempre, anche per i tanti apprezzamenti internazionali. Come nacque il film?
Da un aneddoto. Il ricordo di un racconto di un tassista, su una rapina, è diventato lo spunto iniziale sul quale ho costruito la sceneggiatura. Poi modificata sugli attori e perfezionata con il loro contributo. Per me è molto importante il rapporto con gli interpreti e ricordo che per questo film frequentammo insieme anche dei delinquenti veri per conoscere più da vicino quel mondo e raccontarlo il meglio possibile. Oggi i giovani autori quando scrivono i personaggi non si mettono nei panni degli altri, non conversano con la gente, insistono sugli stereotipi. E così sono tutti uguali, parlano allo stesso modo.

Pensando alla sua parabola personale e artistica, uno si sarebbe aspettato al suo ritorno in patria un film sul recente passato e la dittatura. Perché decise di fare qualcosa di non politico, almeno apparentemente?
Io lo considero invece il mio lavoro più politico anche se non parla apertamente di politica. O forse proprio per questo. Perché è un film sull’avidità della nostra società e sulla delinquenza. La stessa che le parti autoritarie usano come scusa per farsi cedere il potere e limitare la libertà. Perché le dittature hanno bisogno della paura.

Il film ebbe successo e vinse il Festival di San Sebastián, però dopo è stato fermo per molti anni prima di realizzare un altro lungometraggio.
Un premio, anche se importante, non garantisce nuove immediate occasioni. Le proposte sono anche arrivate, proprio dalla Spagna. Ma il modello produttivo prevedeva delle imposizioni, dei vincoli che non potevo accettare. Non mi interessa lavorare in certi modi.

E poi è arrivato Cirqo, questo sì un film direttamente sul dramma della dittatura.
La sceneggiatura l’avevo scritta quando ero ancora a Berlino. Un film molto sentito, che condensa tante cose. Esperienza personale, racconti di amici e conoscenti. Per me è come un mosaico, un murale visuale del dramma cileno con tutte le emozioni che provoca la dittatura nella gente. I sentimenti di rabbia, vendetta. L’ho fatto pensando soprattutto ai giovani, perché la memoria è breve, non conoscono il passato. Viviamo in una società caratterizzata dal guardare sempre in avanti, al futuro. C’è quasi un rigetto del passato, disinteresse. Ma la storia, i massacri e le dittature, si ripetono purtroppo spesso. Anche la scelta della Q nel titolo Cirqo vuole esprimere questa circolarità. Per questo non bisogna dimenticare.



Fabio Canessa

Viaggio continuamente nel tempo e nello spazio per placare un'irresistibile sete di film.  Con la voglia di raccontare qualche tappa di questo dolce naufragar nel mare della settima arte.

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