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Il cinema giapponese contemporaneo (attraverso il monitor)

Gli effetti della rivoluzione tecnologica sulla produzione, la circolazione e la fruizione del cinema nipponico analizzati da Giacomo Calorio in un saggio pubblicato da Mimesis: To the Digital Observer

Come sta il cinema giapponese? Diciamolo, non vive il suo periodo migliore. L’ultima età dell’oro, se vogliamo chiamarla così paragonandola ad altri periodi di fasto della cinematografia del Paese del Sol Levante (come l’inarrivabile golden age degli anni Cinquanta), si può individuare a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila con l’affermazione di Takeshi Kitano, Shinya Tsukamoto, Kiyoshi Kurosawa, Takashi Miike, Naomi Kawase, Hirokazu Koreeda che si sono garantiti una presenza costante nei principali festival internazionali. Chi più chi meno, va detto, ha perso però con il tempo originalità e freschezza creativa. Senza che dietro di loro si formasse un gruppo di autori più giovani altrettanto importante. Così il Giappone, almeno agli occhi dello spettatore occidentale, ha finito per perdere la sua centralità assoluta nel panorama asiatico. Nelle classifiche del decennio 2010-2019 delle più prestigiose riviste internazionali di settore (Cahiers du cinéma, Film Comment, Sight & Sound) non ci sono molti titoli giapponesi e trovano uno spazio importante altri Paesi asiatici come la Corea del Sud (adesso poi all’attenzione di tutti con i successi di Parasite), la Cina e anche la Thailandia e le Filippine. Più in generale, nei festival le cose più interessanti che si vedono arrivare dall’Asia ormai raramente partono dal Giappone. Insomma, al di là di misuratori di questo tipo che possono essere anche discutibili, di certo oggi il cinema del Paese del Sol Levante non è più il grande parametro occidentale del cinema asiatico.

La lunga premessa serve a inquadrare il contesto in cui si pone la riflessione di Giacomo Calorio racchiusa in To the Digital Observer, pubblicato da Mimesis. Il libro, comunque, non si definisce come un classico saggio storico-critico che va ad affrontare nel dettaglio la produzione filmica nipponica degli ultimi decenni. L’analisi si concentra sui fenomeni, i meccanismi, le peculiarità legate a questa cinematografia. Il titolo del saggio gioca su quello di un testo diventato un punto di riferimento importante negli studi sul cinema giapponese: To the Distant Observer di Noel Burch, pubblicato nel 1979. Cos’è cambiato quarant’anni dopo? Che ne è stato di quell’osservatore e di quella distanza di cui parlava il noto critico americano? Una distanza che la tecnologia se non azzerato, ha sicuramente diminuito. Le barriere geografiche e linguistiche oggi sono facilmente superabili: la reperibilità dei film con relativi sottotitoli permette di vedere tantissimi lavori senza spostarsi da casa e spendendo pochissimo (se non gratis). Più in generale, dal punto di vista culturale il Giappone non appare così lontano.

Il libro indaga così i mutamenti tecnologici, e come questi hanno inciso tematicamente e dal punto di vista estetico, dell’industria cinematografica giapponese. La portata dell’avvento del digitale sotto vari aspetti. Tra i diversi temi toccati anche quello del successo mondiale, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, del J-Horror che per primo ha avviato la formazione di un ampio gruppo di appassionati in concomitanza con le novità del mercato home video. Titolo fondamentale come apripista Ring di Hideo Nakata. Considerando il focus dell’analisi sulla ricezione all’estero del cinema giapponese, grande attenzione viene data alla diffusione permessa dalla smaterializzazione dei supporti con le nuove piattaforme e le comunità online. Ricordando anche l’influenza dei festival di settore, come in Italia il Far East Film Festival di Udine. Altro aspetto approfondito è quello dell’interazione del cinema con manga, anime e videogiochi che sono parte importante della J-Culture.

 

 

 

To the digital observer – Il cinema giapponese contemporaneo attraverso il monitor
pagine 132, anno di pubblicazione 2019, Mimesis Edizioni

Giacomo Calorio, dottore di ricerca in Digital Humanities all’Università di Genova, attualmente insegna Lingua giapponese alle Università di Torino e di Bergamo. È inoltre traduttore di manga e redattore di “Cinergie – Il cinema e le altre arti”. Si occupa principalmente di cinema giapponese: tra i saggi pubblicati sull’argomento, le monografie Horror dal Giappone e dal resto dell’Asia (2005), Mondi che cadono (2007) e Toshiro Mifune (2011).




Fabio Canessa

Viaggio continuamente nel tempo e nello spazio per placare un'irresistibile sete di film.  Con la voglia di raccontare qualche tappa di questo dolce naufragar nel mare della settima arte.

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