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Sentimenti in crisi, solitudini senza via d’uscita, sistemi operativi in grado di amare: Spike Jonze ci regala il suo film forse più compiuto e affascinante, uno spaccato della condizione dell’uomo in un futuro in cui gli individui trovano nell’intelligenza artificiale lo strumento per colmare vuoti interiori

Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee sono i due film con cui Spike Jonze si impose subito all’attenzione del grande pubblico. Con il lavoro successivo, Nel paese delle creature selvagge, il regista non ebbe la stessa fortuna, anzi andò incontro a un mezzo flop artistico e commerciale, facendo sorgere il dubbio che la sua folgorante ascesa fosse più che altro merito del talento (e delle idee) di Charlie Kaufman, autore della sceneggiatura dei suoi primi due film. Se è vero che Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee portano l’inconfondibile marchio di fabbrica della penna di Kaufman, è altrettanto vero che Jonze non è un ‘miracolato’ qualsiasi. La conferma definitiva arriva con Her, ultima fatica del regista, presentata in concorso al Festival del Film di Roma 2013. Probabilmente il film più compiuto e affascinante diretto da Jonze, qui non solo regista ma anche unico autore della sceneggiatura.
Joaquin Phoenix è Theodore, un brillante impiegato del sito Belleletterescritteamano.com. Il suo compito è scrivere lettere per conto di altri quando qualcuno vuole fare colpo su un coniuge, un parente, una fidanzata, un collega. La solitudine lo attanaglia e le sue giornate si dividono tra il lavoro e le serata a casa a giocare ai videogame o a flirtare con qualche donna su chat erotiche. Theodore è tormentato: non riesce ad accettare la fine del matrimonio con la donna che continua ad amare. Un giorno si imbatte nella pubblicità di un sistema operativo avanzato, l’OS1, dietro cui si cela un’intelligenza artificiale capace di relazionarsi all’utente come un’entità autonoma ed intuitiva. L’OS1 sa svolgere mansioni come leggere la posta elettronica, ma anche attività complesse come conversare, offrire consigli, essere di conforto. Theodore si lascia sedurre dalle sue potenzialità e decide di installarlo sul suo pc. Da quel momento entra in contatto con Samantha, nome scelto da Theodore per la voce femminile dell’OS1 (prestata in originale dalla voce suadente di Scarlett Johansson) che si prenderà cura di lui come solo una persona saprebbe fare, accompagnandolo giorno e notte grazie ad un paio di auricolari e diventando così una vera e propria compagna di vita. Tra Theodore e Samantha inizia a instaurarsi uno strano rapporto che si trasforma prima in amicizia e poi addirittura in amore…
La storia sembra una di quelle che vorrebbero smuovere interrogativi di portata ‘filosofica’ sul nostro futuro prossimo. In realtà il regista 'vola basso' e si concentra più sul lato umano e sentimentale della vicenda, riflettendo sull’evoluzione dei rapporti interpersonali e soprattutto sull’amore, in un prossimo futuro in cui l’uomo vive un’esistenza solipsistica che lo ha portato ad avere difficoltà a relazionarsi con l’altro da sé, al punto da trasformare una ‘creatura artificiale’ come un sistema operativo in un surrogato di se stesso. Tutto sembra terribilmente credibile e futuribile per merito dell’abilità con cui Jonze disegna sullo schermo una realtà che non è altro che lo specchio deformato dei nostri tempi. Il personaggio di Theodore è la deriva a cui potremmo andare incontro: un uomo che non sa gestire più i rapporti personali e che si rifugia nella tecnologia, grazie alla quale pensa di non aver bisogno di mettersi in gioco e di poter esercitare il pieno controllo sulla sua vita. In un contesto simile quella assoluta follia che rappresenta l’amore, sembra essersi depotenziata, ridotta al grado zero, o nei casi peggiori diventa un semplice bisogno fisiologico per rapporti sessuali.
Se la materia di cui sono fatte le due storie d’amore che fanno da fulcro all’impianto narrativo (quella tra Theodore e Samantha e prima ancora quella tra l'uomo e la sua ex moglie) non spicca cerco per inventiva, non si può però restare indifferenti al modo in cui Jonze esplicita lo stato d’animo dei personaggi. Il regista, oltre a regalarci situazioni ben congegnate a volte buffe, a volte struggenti che danno un sapore di autenticità a una vicenda a forte rischio di inverosimiglianza, imprime alle immagini un senso di disillusione e di malinconia che ci dice di che pasta sono fatti i sentimenti nel momento in cui la vita ci rende più vulnerabili.

Per la qualità della messa in scena e per i temi trattati, Her si candida a diventare un cult del cinema di genere sentimentale come lo è stato quel piccolo gioiello di Se mi lasci ti cancello. Memorabile l'interpretazione di Phoenix.

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