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La (solita) scommessa (mancata) di Venezia 80

Si apre la Mostra del Cinema 2023 con la conferenza stampa ufficiale di presentazione del programma. Per l'edizione numero 80, il direttore Alberto Barbera ha organizzato una selezione che prosegue nella direzione già battuta, andando anche oltre allo sciopero degli attori di Hollywood. È davvero così? A noi sembra sempre la solita selezione. In una lettera aperta (che attende risposta), parliamo al Direttore di cosa non ci sorprende e ci delude delle sue scelte

Caro Direttore Alberto Barbera le vogliamo scrivere due righe (forse un po' di più) sulla selezione della Mostra del Cinema 2023.
Martedì 25 luglio nella bellissima biblioteca dell’ASAC de La Biennale a Venezia, insieme al presidente Roberto Cicutto, lei in qualità di direttore artistico della Mostra del Cinema, ha presentato l’80a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografia di Venezia edizione 2023, comunemente chiamata Venezia 80. Non glielo nascondiamo, non lo abbiamo mai fatto, siamo sempre stati coerenti, ma non ci ha soddisfatti. Non si tratta solo di appagare la sete dei cinefili, qua la situazione è più drammatica. Abbiamo assistito, comodamente seduti sul divano di casa alla conferenza stampa in streaming, perché l’accesso ai giornalisti, pare, non sia più consentito, al solito copione di selezione, a quello che amichevolmente vogliamo definire lo “schema Barbera”. Questo assetto di scelte che da molti anni pervade e identifica la Mostra del Cinema, a un occhio più attento, è composto da una selezione prevedibile, dalla conferma di nomi già indicati dalla stampa, tra cui noi, nelle settimane passate, dalla mancanza di un guizzo, e sinceramente ci ha stufato. E non è solo una nostra sensazione, o perlomeno non dovrebbe esserlo, ma dovrebbe accomunare e appartenere a chiunque voglia vedere del nuovo cinema in una mostra di cinema. Questa mancanza di pathos dovrebbe coinvolgere anche molta stampa sia cartacea che online, sia che abbia la saggezza dei capelli bianchi, sia che abbia la volontà della scoperta, che invece si limita a fare l’elenco dei nomi e ad accettare passivamente le sue scelte, ma questa è un’altra storia.

Torniamo a Venezia 80. Partiamo dal Concorso. Caro Direttore, ha selezionato 23 film di cui a livello di produzione, sono 6 italiani, 6 dagli Stati Uniti (in cui ci mettiamo anche Poor Things di Lanthimos anche se la dicitura ufficiale della produzione è UK), 3 film francesi, 2 polacchi e 1 rispettivamente giapponese, messicano, belga, cileno e danese. E il cinema dell’estremo Oriente dove è? Lei stesso se non ricordiamo male, aveva parlato di un cinema asiatico in ripresa, ma di film dalla Cina, dalla Corea, dal Sud-est asiatico, da Thailandia, Vietnam, Cambogia non c’è traccia in nessun concorso. Ci sembra che gli altri festival europei selezionino dei film provenienti da queste cinematografie, come le altre sezioni della Mostra. Sono troppe edizioni che nel Concorso di Venezia non ci sono più rappresentanti di questo cinema, sembra che non esistano più. Infatti, caro direttore, non le appare, come sempre, sbilanciata la sua selezione? Certo lei può ribattere che la scelta della produzione non determina la qualità del film, e su questo siamo d’accordo. Ma allora a fine Mostra, dopo il 9 settembre, valuteremo se i film italiani, quelli americani e francesi erano davvero di così ampia fattura come il Concorso merita, anche se un dubbio ci pervade considerando la non troppo riuscita alchimia selettiva degli altri anni. Saremo miopi noi, però Enea di Pietro Castellitto è davvero una sfida? E allora il film ungherese Explanation for Everything, titolo internazionale, di Gábor Reisz, inserito nel programma di Orizzonti, che lei stesso ha detto, durante la conferenza stampa, di non aver avuto la necessaria forza da parte del suo comitato di selezione di inserirlo nel Concorso, non poteva essere una scommessa? Non conosciamo il regista, lo ammettiamo, certo è che se quando guarderemo il film, ci convincerà, e non sarà solo una scelta di sguardo, ci rimarrà l’amaro in bocca. Allo stesso modo, direttore Barbera, il concorso di Orizzonti per Shinya Tsukamoto, con il nuovo Shadow of Fire, è davvero una pessima scelta. Lei stesso ha affermato in conferenza stampa che il regista giapponese le ha dato la concessione di inserire il suo film in questo concorso, che è onorevolissimo, però non per un regista che l’ha già vinto, innanzitutto, e ha raccolto premi con gli altri film presentati nel Concorso principale, oltre a essere stato anche membro di giuria. E poi, l’abbiamo anche già detto nella decima puntata del nostro podcast, La Luce del Cinema, il nuovo film di Lav Diaz era così pessimo da non meritare la selezione alla Mostra o il regista filippino ha scelto il concorso del Festival di Locarno autonomamente? Ci sembra strano per uno come Diaz che ogni volta che è passato al Lido ha raccolto un premio, tra cui un Leone d’oro e il concorso di Orizzonti. L’unica eccezione è stato quando il suo film è stato inserito nel Fuori Concorso, come è successo l’anno scorso. Universalmente riconosciuto, poi, come un innovatore del cinema, eppure a Venezia non trova spazio, seppur essa sia una Mostra. Allora caro Direttore, quando lei stesso, come il presidente Cicutto, nelle dichiarazioni iniziali contenute nella cartella stampa di presentazione di questa edizione di Venezia 80, accessibile da chiunque sul sito de La Biennale, afferma che il compito della Mostra del Cinema è pantografare il mondo in tutti i suoi drammi e complessità, che il «cinema è già vivo che mai» come lei stesso ha scritto e inoltre, in merito al lungo processo di selezione, lei stesso afferma che quella di quest’anno è stata, « […] Una conferma non soltanto quantitativa, ma anche e soprattutto in virtù della bontà del raccolto, per usare una metafora abusata. Autori affermati che si esprimono al meglio delle loro straordinarie possibilità creative, solidi registi che confermano il loro talento e la capacità di interpretare il presente e le sue inquietudini, esordienti che incalzano le generazioni che li hanno preceduti tracciando nuovi percorsi per il futuro che ci attende […]», quindi alla luce di tutto questo, forse il cinema di Lav Diaz non rientra in questi parametri? Allora facciamo così, guardiamo il film che il regista filippino presenterà al prossimo Festival di Locarno, Essential Truths of the Lake e poi le diciamo se il cinema politico, di denuncia, innovatore, riflessivo, profondo e unico di Diaz poteva andare bene per questa Mostra.

Non divaghiamo, però, e torniamo alla selezione ufficiale. Come già detto, ciò sono delle storture che non ci convincono. Innanzitutto i numeri: 23 film in Concorso; 13 nella sezione fiction del Fuori Concorso, 6 in quella Non fiction, per una totale di 19; 1 proiezione speciale; 18 film in Orizzonti; 9 film in Orizzonti Extra; 9 documentari sul cinema nella sezione Venezia Classici; 20 film restaurati nella sezione Venezia Classici; 3 film della Biennale College; 14 cortometraggi; 2 serie tv; 44 opere selezionate per la Venice Immersive, per un totale di 162 film. Una scorpacciata di cinema senza precedenti! Lei, caro Direttore, vizia troppo tutti i palati dei fruitori di cinema, e pensare che c’è chi si lamentava, tra coloro che adesso sulla stampa non esprimono giudizi, che le selezioni di Marco Müller erano troppo corpose! Nessuno di loro, però, mette in evidenza questi dati, ora. Tanti film che il numeroso popolo della Mostra vedrà con quali occhi e con quale tempo, senza considerare il concorso della Settimana Internazionale della Critica e delle Giornate degli Autori. Forse non era meglio fare meno? Mettere meno film in Concorso, nonostante lei abbia affermato che erano tutti valevoli di stare dove son stati messi? Vediamo quali sono questi film: Comandante di Edoardo De Angelis, nuovo film di apertura dopo che la produzione americana ha deciso di far slittare l’uscita di Challengers di Guadagnino ad aprile a causa dello sciopero degli attori hollywoodiani. Poi, sempre nel concorso, The Promised Land (titolo internazionale) di Nikolaj Arcel; Dogman di Luc Besson; La bête di Bertrand Bonello; Hors-Saison di Stéphane Brisé; Enea di Pietro Castellitto; Maestro di Bradley Cooper; Priscilla di Sofia Coppola; Finalmente l’alba di Saverio Costanzo; Lubo di Giorgio Diritti; Origin di Ava DuVernay (potenziale ottima scoperta del cinema americano che si deve, probabilmente, allo sguardo attento di Giulia D’Agnolo Vallan); The killer di David Fincher; Memory di Michel Franco; Io capitano di Matteo Garrone; Evil Does Not Exit (titolo internazionale) di Ryûsuke Hamaguchi; The Green Border (titolo internazionale) di Agnieszka Holland; Die theorie von allem di Timm Kröger; Poor Things di Yorgos Lanthimos; El Conde di Pablo Larrain; Ferrari di Michael Mann; Adagio di Stefano Sollima; Woman of (titolo internazionale) di Małgorzata Szumowska e Michal Englert; Holly di Fien Troch. Nell’elenco dei nomi il concorso appare ben strutturato. Ci fanno piacere le visioni dei film della Coppola, di Fincher, Hamagughi, di Mann, del nostro Larrain, la luce del cinema della sesta puntata del nostro podcast, e di Diritti.

A proposito del regista italiano, ci fa sorridere pensare che il film sia in Concorso in quanto lei stesso ha affermato che il cinema di Diritti non le piace, ma lo reputiamo solo un giudizio, per quanto sia uno scivolone. Se possiamo sorridere e possiamo trovare curiosità nelle opere di Arcel e di Fien Troch, rimane lo sbilanciamento produttivo già segnalato e soprattutto constatare che le scommesse sono davvero poche. Di Castellitto abbiamo già detto, ma il film di Cooper merita davvero il Concorso al posto, magari della visione Aggro Dr1ft di Harmony Korine, la nostra luce del cinema della decima puntata, spedito nel Fuori Concorso; o ancora dei 3 film francesi avanziamo dei dubbi per la presenza di Dogman, come anche per il film di Stéphane Brizé che negli ultimi lavori non ha davvero lasciato il segno. Ma saranno sicuramente dei film che valevano la selezione principale. Insomma, caro Direttore, pare che nella selezione delle pellicole per il Concorso sia mancato il coraggio (l'abbiamo già detto?! Forse). A parte il film ungherese in Orizzonti, perché non rischiare anche con il film Snow Leopard (titolo internazionale) di Pema Tseden, uno che, se la memoria non ci inganna, è stato un grande esponente del cinema tibetano, tra l’altro recentemente scomparso (ancora ricordiamo la visione di Tharlo in Orizzonti nel 2015). Poteva essere davvero una bella scommessa nel Concorso e invece si deve accontentare del Fuori Concorso. Ah e poi… How Do You Live? di Hayao Miyazaki che in Giappone davano per certo alla Mostra, come mai non ce n’è traccia nella selezione? Capisce, caro Direttore, quante domande ci fanno nascere le sue scelte!

Adesso proviamo a dare qualche risposta. La nostra sensazione, caro Barbera, è che ci sia un po’ di inerzia e forse di stanchezza nella sua direzione. La presenza del solito schema di selezione, la presenza massiccia dell’asse produttivo Italia-Francia-USA ci fa pensare che il Concorso sia organizzato su delle scelte già predeterminate. Ossia, le produzioni di questi Paesi, sembra a noi, si “prenotano” i posti dei film nella competizione principale che vogliono lanciare nella stagione e che, quindi, la Mostra sia solo un passaggio, un trampolino. Pensiamo questo perché lei, quando presenta i film, parla sempre di produzioni, di sforzi produttivi, ringrazia i produttori per esserci, valorizza la sfida dei produttori americani che nonostante lo sciopero degli attori vogliono essere presente al Lido. E i registi? Le storie? Le idee del cinema? Servono solo per scrivere le introduzioni al catalogo? E poi, dove sta scritto che il Concorso deve essere a uso esclusivo della notorietà? Non si può azzardare di più e pensare veramente a dare spazio a qualcosa che può essere immaturo ma potente, azzardato e valevole? Sono davvero così importanti gli attori sul red carpet tanto da far rimandare la presenza di Challengers del caro Guadagnino? Non si poteva fare uno sforzo diplomatico maggiore per portare, finalmente all’apertura, il film di un regista che ama la Mostra e l’ha dimostrato? Sembra quasi, ripetiamo, che le major decidono. Ammesso che sia così (o che non lo sia) almeno Fremaux, direttore del Festival di Cannes, quando li presenta dice che il suo festival ha attratto le produzioni e non viceversa come ci appare dalle sue parole. Forse, però, capiamo noi male. Quante domande!

Concludiamo con un sintetico punto di questa selezione. Concorso, solito copione. Orizzonti si presenta maggiormente organico nei nomi dei registi che sono passati agli altri festival. Ci fa piacere vedere la presenza dell’opera prima della regista mongola Lkhagvadulam Purev-Ochir con il film City of Wind, titolo internazionale, che a Venezia 79 ci aveva convinto con il corto Snow in September, premiato con il miglior corto. Poi Orizzonti rimane da scoprire e da capire se, quest’anno, è più evincibile un criterio di selezione. Orizzonti extra è una selezione troppo eterogenea sulla carta e numerosa. Ammassati, tra gli altri, troviamo l’opera prima di Micaela Ramazzotti, Felicità; il super film, per il super cast, di Olmo Schnabel, Pet Shop Boys; Jack Huston con Day of the Fight e il film indiano Stolen di Karan Tejpal che per noi è una sorpresa, come per il comitato di selezione. Infatti lei stesso, direttore, ha ammesso nella conferenza stampa di presentazione che questo film è stato selezionato all’ultimo perché trovato casualmente nel database. Era quindi, davvero destinato a stare in Orizzonti Extra oppure è stata una scelta di ripiego? Poi il Fuori Concorso. Raccoglie il film di chiusura La sociedad de la nieve di J.A. Bayona; Coup de chance di Woody Allen; uno strano progetto di Wes Anderson dal titolo The Wonderful Story of Henry Sugar; un film di Luca Barbareschi, tratto dalla sua pièce teatrale, e l’ultimo film del Leone d’oro alla carriera Liliana CavaniL'ordine del tempo; il film tibetano di Tseden e quello di Korine, già citati; The Palace di Polanski, è strano vederlo qui in mezzo; Hit Man di Richard Linklater; Making of di Cédric Kahn e l’ultimo lavoro della roccia Friedkin, The Caine Mutiny Court-martial; Daaaaaali! di Quentin Dupieux che forse poteva stare in Concorso al posto di qualche suo connazionale e infine Vivantis di Alix Delaporte. Troppi film, e non abbiamo considerato il non-fiction, per un Fuori Concorso che passerà alla storia per i nomi che raccoglie. 

Caro direttore, questi sono i nostri pensieri e i nostri interrogativi. Le sensazioni, le ribadiamo, sono quelle che abbiamo già messo in evidenza nel bilancio finale di Venezia 79. Il suo comitato di selezione ha, forse, gli occhi troppo stanchi per non guardare quanto di buono c’è nel cinema internazionale (soprattutto visto i programmi degli altri festival europei). È fisiologico cambiare i selezionatori in una direzione così longeva come la sua, 12 anni, e invece pare che questo non sia avvenuto. In generale, sulla carta, manca inoltre il coraggio, la voglia di azzardare, e di fare una Mostra del Cinema non pigra. Questo essere stanziale di pensiero e di azione, ci è stata suggerita anche dalle celebrazione per le 80 edizioni della Mostra del Cinema. Ma quali celebrazioni? Solo un documentario dal titolo La parte del leone: storia della Mostra di Baptiste Etchegaray e Giuseppe Bucchi. E basta, come per i novant’anni dell'edizione passata sia lei direttore che il presidente Cicutto potevate avere altre idee, altri spunti, altri modi di rendere omaggio a questa manifestazione e alla sua bellissima e fulgida storia, celebrandola non solo nelle parole. Non ci accontentiamo di vedere una Sala Perla ristrutturata (per quanto sia stato utile) per gli 80 anni della Mostra.
Si poteva fare molto di più, in tutti i sensi, caro direttore! Se vuole risponderci, noi siamo qui. Altrimenti ci sentiamo a settembre. 

Crediti fotografici: Asac - La Biennale di Venezia,
Crediti fotografie film, in ordine di pubblicazione: Poor things, Atsushi Nishijima; The Palace, M. Abramowska; Lubo, Francesca Scorzoni; Io capitano, Greta De Lazzaris; Daaaaaali!, Atelier de production; Priscilla, Philippe Le Sourd. 


Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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