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Venezia 74: tiriamo le somme

Che edizione è stata quella della 74esima Mostra del Cinema? Finalmente è arrivato il tanto agognato Leone d’oro che mette d’accordo (quasi) tutti: The Shape of Water è piaciuto a stampa e pubblico, a cinefili e spettatori che credono ancora in un cinema fabbrica dei sogni, sancendo così il consolidamento di un’idea di festival sempre più generalista seppur ancora profondamente autoriale

Chi avrebbe mai immaginato che il regista di film come Pacific Rim e Blade II potesse vincere il Leone d’oro al pari di cineasti del calibro di Kurosawa, Antonioni e Sokurov? Nessuno. È pur vero che The Shape of Water è piaciuto molto non solo alla giuria di Venezia, ma anche alla stampa e al pubblico, a noi molto meno (abbiamo già spiegato il perché nella guida ai film e nella nostra recensione). Segno che la Mostra sta cambiando pelle e con essa i giornalisti che la seguono e il pubblico che la frequenta.

Ma riavvolgiamo il nastro e facciamo un passo indietro, quando a fine luglio il direttore Alberto Barbera, presentando i titoli della 74esima Mostra del Cinema di Venezia, aveva posto l’accento su due elementi che caratterizzavano il programma della rassegna: il rapporto privilegiato con l’industria americana e la riscossa del cinema italiano. Il primo ha prodotto The Shape of Water di Guillermo del Toro, un film di genere nell’orbita di una major (la Fox) il cui Leone d’oro è un riconoscimento che arriva da molto lontano: dopo anni e anni in cui il cinema a stelle e strisce di matrice hollywoodiana arrivava in forze al Lido per poi tornarsene a casa a mani vuote (Birdman, La La Land), con somma disapprovazione di certa stampa (“A Venezia vincono i film che nessuno vedrà nelle sale” era più o meno il leitmotiv sprezzante di molti giornalisti nel day after la consegna del Leone d’oro, basti pensare a cosa successe con Lav Diaz lo scorso anno…), ecco che finalmente la Mostra diventa non più solo rampa di lancio per titoli desiderosi di visibilità per le nomination agli Oscar, ma anche un vero e proprio banco di prova che in molti, siamo sicuri, cercheranno di contendersi nella corsa agli Academy Awards. Il che è perfettamente in sintonia con una strategia di consolidare il legame con il cinema americano degli studios, che fino a poco tempo fa aveva qualche remora a sbarcare al Lido perché vedeva in Venezia l’espressione di un festival troppo elitario. Una strategia che premia in termini di presenze di pubblico e di accreditati (le proiezioni stampa erano quasi sempre piene e la cittadella attorno al Palazzo del Cinema era più animata del solito), grazie anche al richiamo del tappeto rosso su cui sono transitate molte più star degli anni passati, ma la riuscita della Mostra non si può misurare in base al numero di nomination ottenute dai film selezionati.
Le parole di Barbera all’indomani della consegna del Leone d’oro confermano che qualcosa sta cambiando. “Sono felice che il verdetto finale sia stato accolto positivamente”, ha affermato il direttore durante un incontro con la stampa a cui abbiamo partecipato al Palazzo del Cinema. “Quest’anno non devo affrontare le solite polemiche sulla distanza tra il film vincitore e il pubblico. Oltre a essere uno dei migliori titoli in concorso, The Shape of Water che vince il Leone d’oro è un involontario riconoscimento della giuria a un’idea di selezione che ci ha permesso di costruire il programma di quest’anno. Non c’è stata quella contraddizione tra mostra d’arte e film per il grande pubblico. Con la vittoria di del Toro si genera un consenso più ampio e generalizzato che è una cosa che fa bene a tutti”. Parole che lasciano intendere a una Mostra sempre più generalista e ‘piaciona’ per il futuro? La percezione sembra proprio questa, con buona pace di quella vocazione artistica e autoriale, anche estrema, che è sempre stata nel DNA della Mostra. Ma a che prezzo tutto ciò? Forse arriverà un giorno in cui registi come Roy Andersson e Lav Diaz, due Leoni d’oro degli ultimi anni spernacchiati da certi giornalisti nostrani, stanchi di giurie inadatte a valutare le loro opere (pensiamo a quella di quest’anno capitanata da Annette Bening) e di una selezione che strizza l’occhio al pubblico, potrebbero iniziare a guardarsi attorno (Locarno? Berlino?). Speriamo che quel giorno non arrivi mai.

L’altro elemento su cui si è puntato molto è stato il cinema italiano, che con quattro titoli in concorso avrebbe dovuto mostrare i segnali di una rinascita, di un nuovo movimento, di una “new wave” (Barbera dixit), di un gruppo di registi in grado di misurarsi con il mercato internazionale, o almeno così ci era stato detto alla vigilia di Venezia 74. Peccato che alla resa dei conti non sia stato così. A parte i Manetti Bros. con il loro divertente esperimento in salsa musical, tutti gli altri hanno fatto flop: Paolo Virzì ha firmato un film anonimo in lingua inglese che non sappiano fino a che punto piacerà all’estero, Andrea Pallaoro ha deluso con un’opera velleitaria e inespressiva che sembra un documentario sulle qualità attoriali di Charlotte Rampling, infine Sebastiano Riso si è fatto notare con una pellicola pseudo-autoriale che si è guadagnata il gradino più basso delle preferenze della stampa italiana e internazionale. Insomma un fallimento o quasi: allora perché insistere, per il terzo anno di fila, su quattro film italiani in concorso?
Per il resto, la selezione ha mostrato un andamento altalenante: nel complesso di discreto livello generale, con alcune zavorre, come le concessioni di troppo al mainstream (The Shape of Water, Suburbicon, Downsizing) e i tre titoli italiani di cui sopra, e nessun film in grado di farci girare la testa. Le opere che hanno lacerato in due la critica e il pubblico non sono mancate (Kechiche e Aronofsky): la vitalità di un evento passa anche da lavori controversi, quello che ci fa storcere il naso sono le sentenze emesse via Twitter dai tribunali di alcuni giornalisti, del tipo “o ami Kechiche o sei un cretino”. Venezia 74 verrà però soprattutto ricordata per aver confermato il talento indiscutibile di uno dei più interessanti registi in circolazione, Martin McDonagh (che con il suo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri avrebbe meritato di più), e per averci ricordato che Samuel Maoz non aveva vinto per caso il Leone d’oro nel 2009.

Con le sue strutture rinnovate (manca solo l’intervento al Palazzo del Casinò) e la sua centralità mediatica riguadagnata a colpi di star e titoli di richiamo, Venezia ha dimostrato di voler rimodulare la sua magnifica e autarchica alterità di mostra d’arte cinematografica per soppiantare i festival come Toronto e, allo stesso tempo, di voler rivaleggiare seriamente con Cannes per strapparle lo scettro di festival numero uno: il rischio è però di smarrire se stessa se non troverà la giusta alchimia tra industria e autorialità.


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