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Gli anni terribili della Biennale d'Arte

In un saggio accurato e riccamente argomentato, Stefania Portinari racconta la proposta, l'evoluzione e cosa hanno rappresentato nel mondo dell'arte della società italiana le Biennali d'Arte comprese nel periodo dal 1968 al 1980. Quali idee, volontà, urgenze, difficoltà, interessi, punti di analisi, snodi, hanno contraddistinto queste manifestazioni in un lungo tragitto che parla di arte (internazionale) e di Italia (sociale e politica)

La sezione "Libri" sconfina. Si stacca dai saggi, dai racconti e dalle interviste di cinema, per offrire uno spazio alla Biennale d'Arte, la manifestazione più importante, controversa, discussa, polemizzata e polemica, unica, inimitabile e imitata dell'arte contemporanea. L'approfondimento qui proposto si focalizza sulle Biennali d'arte degli anni Settanta, dalla contestazione del 1968 ad "Aperto '80" del 1980. Poco più di dieci anni in cui Venezia, l'istituzione Biennale e la sua manifestazione regina, la Mostra d'Arte, hanno subito rivolte e cambiamenti, rivoluzioni e contestazioni, sono scese a compromessi e hanno innovato, attirando critiche e allori. Stefania Portinari, docente di Storia dell'arte contemporanea all'Università Ca' Foscari di Venezia, descrive tutto quanto nelle 329 pagine di cui si compone il libro Anni Settanta. La Biennale di Venezia, edito da Marsilio nella collana Saggi Marsilio, prima edizione 2018, 30€. Lungo sette capitoli, più l'introduzione e la conclusione, l'accademica traccia una cronaca e un'analisi di tutto quanto ha attraversato le mostre nel settimo decennio del Novecento.

Si parte dall'Indice e dall'Introduzione. Questo saggio propone un'analisi dagli eventi, dalle persone e dalle scelte che hanno scardinato l'istituzione Biennale nel 1968, per ricostruirla attraverso una proposta di spunti e nuove direttrici di ricerca negli anni successivi. Ciò è desumibile già dall'Indice che focalizza nei titoli dei capitoli e dei paragrafi gli eventi più importanti. Il primo capitolo di intitola "Attorno al 1968" e tra i paragrafi di cui si costituisce si legge: "Dispositivi obsolescenti" e "Biennale reloaded"; già da qui si possono intuire le fondamenta della rivoluzione del 1968. Il capitolo successivo "La XXIV Biennale del 1968: la «Biennale poliziotta»" definisce i contorni dell'edizione sessantottina della Biennale d'arte, come anche "La Biennale/ricerca del 1970", 3° capitolo, e "Le Biennali senza numero del 1974 e del 1975" che, a sua volta, si snoda in due paragrafi "1974: per una cultura democratica e antifascista" e "1975: un laboratorio internazionale", definendo, così, le tracce della ricostruzione sintattica della Biennale d'arte. L'approdo di questa riflessione rigenerativa si intuisce nei titoli successivi: "La Biennale di Venezia 1976: Ambiente/Arte" e "La Biennale del 1978: Artenatura". In particolare il paragrafo, inoltre, di questo ultimo capitolo, "La Biennale del dissenso del 1977", permette di individuare i problemi ancora in essere in questa edizione, tanto quanto "Ambiente come sociale" definisce, al contrario, le basi di sviluppo del nuovo corso delle Biennali d'arte.
Insomma l'Indice spiega i contorni di ciò che prende corpo nel saggio e, in prima istanza, nell'Introduzione. Qui l'autrice traccia una prima stesura dei nodi e dei momenti che andrà a toccare lungo la sua trattazione. Partendo dal valore dei Padiglioni nazionali che in quel decennio è sempre più messo in crisi, primo elemento sintattico delle Biennali che la rivoluzione del 1968 vuole demolire (si legge: "I Giardini divengono allora sede non solo di manifestazioni contro l'autoritarismo politico e il capitalismo che avrebbe contaminato il sistema dell'arte"), la Portinari, successivamente, specifica che il testo del saggio segue un percorso cronologico, per avere, in questo modo, una maggiore attinenza a tutte le fasi di sviluppo lungo gli anni Settanta. Si inizia con la protesta e l'urgenza di rinnovamento del 1968, per arrivare alla prima vera Biennale tematica del 1976, fino al vero punto di svolta, il "crinale" come lo definisce l'autrice, del 1980, il tutto accompagnato dai cambiamenti sociali e politici che influirono sull'organizzazione delle mostre e dell'ente. L'ultimo tassello di questo percorso è la messa in evidenza delle emergenze, dei cambiamenti strutturali e delle presenze, addetti al settore, tecnici, critici e studiosi, che hanno condotto al cambiamento. L'Introduzione, più nello specifico, propone alcuni dei temi cardini del decennio in analisi per la Biennale d'arte e quindi del libro: la necessità dell'inclusione di più arti, come la fotografia, il videotape, il design, l'architettura, l'happening e, quindi, di un nuovo lessico artistico; la comparsa di un pensiero unico su cui strutturare l'intera mostra; la disseminazione delle sedi e quindi il superamento, almeno fisico, dei Padiglioni dei Giardini; il sempre più importante ruolo e peso delle gallerie, dei curatori indipendenti, dei critici; l'aumento dell'esigenza di informazione e di confronto sulle ricerche in corso; e poi i cambiamenti gerarchici e di ruoli in seno all'ente Biennale e sulla sua natura. L'Introduzione, inoltre, dice qualcos'altro: l'autrice ha voluto soffermare la sua osservazione sulla Biennale d'arte, nonostante il titolo generale possa suggerire il contrario, escludendo, così, quanto in quegli anni accade alla Mostra del Cinema e alle Biennali Teatro, Musica e Danza. Il motivo è da ricercare nella loro storia indipendente rispetto alla sezione di Arte e in un altro sistema di finanziamenti. Altro criterio d'analisi è lo sguardo italiano, seppur il diametro di interesse sia internazionale, perché, come afferma l'autrice stessa: "Altre ricerche stanno indagando la storia dei singoli padiglioni, spesso impiegando letture geopolitiche".

Il pensiero del libro. Il saggio si svolge, così, in ordine cronologico. Ogni idea, ogni necessaria richiesta, ogni riflessione artistica e sociale è strettamente connessa l'una con l'altra; così facendo la trattazione per anno è il più logico filo rosso di argomentazione in cui una cosa, un evento, un pensiero, ne scaturisce un altro. Questo è il macro insieme in cui si articola lo schema di scrittura: l'autrice propone il tema dell'analisi del capitolo o paragrafo, lo spiega e ne riassume, argomentando, i pareri di esperti, addetti al settore, giornalisti, a volte citandoli, per fornire uno specchio sempre più chiaro e preciso della situazione. Ogni artista, movimento artistico, personaggio di rilievo menzionato, inoltre, è bene precisarlo, è supportato da una bibliografia di riferimento, posta in nota, come i riferimenti ai mutamenti sociali e politici non solo di Venezia, ma anche dell'Italia trovano un'adeguata spiegazione, sempre in nota. L'analisi della Portinari, inoltre, non si circoscrive al periodo di esposizione della Biennale d'arte, ma copre l'intero anno in analisi con particolare risalto ai momenti di preparazione concettuale, e spesso politica, della Biennale d'arte. Poi di ogni mostra è documentata l'organizzazione, le sedi espositive, tutti gli artisti presenti e sono posti sotto la lente di ingrandimento, in particolare, quelli che hanno raccolto maggiore dissenso o approvazione. La descrizione è accompagnata da un'analisi critica che, come detto, è surrogata dalla voce e dalla penna degli addetti al settore. Non si leggono mai personali giudizi dell'autrice e quando si possono intuire sono comunque corroborati da prove e citazioni.
Il saggio, quindi, è organico e si legge come un unico flusso di eventi; è scritto in una lingua semplice e comunicativa, precisa e accurata con una struttura sintattica che mai annoia il lettore. Considerando l'argomento della trattazione, il pensiero di chi legge è di avere a supporto un'appendice con i principali avvenimenti storico-politico-sociali italiani, internazionali, per contestualizzare. In realtà ciò non è necessario, perché l'autrice ha la capacità di intervallare i piani di analisi (arte/società/politica) senza troppi stacchi, permettendo, così, a chi legge di comprendere che arte, politica, società hanno fatto parte negli anni Settanta di un unico grande argomento. L'unico appunto che si può muovere è sulla ricerca dei testi a sostegno delle argomentazioni. Sono citati, più o meno, sempre gli stessi giornali, riviste di settore e critici (Dino Buzzati sul Corriere della Sera, le colonne de Il Gazzettino, Flash Art, Calvesi e Harald Szeemann o Achille Bonito Oliva), a discapito di pochi punti di vista esteri ed esterni. Certo nell'Introduzione si parla chiaramente di "sguardo italiano", però poteva essere interessante capire anche come nel mondo era interpretato quanto accadeva alla Biennale d'arte: avrebbe permesso di ampliare gli spunti di riflessione, seppur rimangono ampi.

Il lettore. "Anni settanta. La Biennale di Venezia", quindi, si rivolge a tutti coloro che vogliono approfondire questo decennio di rivoluzioni e lotte della Biennale d'arte, oltre che agli studenti di arte contemporanea. Il carattere divulgativo e non strettamente scientifico del saggio amplia molto il bacino dei lettori, arrivando anche ai curiosi, attratti, magari, dal significato di "Biennale Poliziotta" che si legge in un manifesto inquadrato dalla fotografia in copertina. Il testo esauriente e curato, e retto da una lingua scorrevole e chiara, permette, in definitiva, di capire e assimilare, soprattutto che cosa hanno rappresentato le Biennali d'arte degli anni Settanta per l'arte e per le idee che circolavano nell'Italia di quel periodo. Ancora, di più si percepisce perché la Biennale è stata, è, e sarà sempre un luogo di confronto, di condivisione e di crescita artistica, culturale, intellettuale e, perché no, politica dell'Italia e del mondo.   

Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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