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Il primo re - Recensione

Lavoro che irrompe in maniera fragorosa nel panorama cinematografico italiano piuttosto stagnante, Il primo re di Matteo Rovere è il racconto molto poco mitologico bensì drammatico e umano della fondazione dell'Urbe da parte di Romolo e Remo

A prescindere dalla valutazione puramente artistica che si vuole riservargli, Il primo re di Matteo Rovere ha senz’altro un grande pregio, quello di aver squarciato il velo su un cinema italiano impantanato da anni ormai tra l’autorialità dei Garrone e dei Sorrentino, il cinema che guarda al sociale (molto ipocrita e di facile presa) e i tentativi di far rinascere la commedia italiana che si ripetono da decenni senza risultati apprezzabili.
Il film di Matteo Rovere, lungi dall’essere il revival del peplum tanto in voga negli Anni '60 e che ha contribuito a costruire il periodo d’oro di Cinecittà, è un lavoro molto realista, storico senza essere apologetico, che va ad affrontare il mito di Romolo e Remo, i due fratelli che furono gli artefici della fondazione dell’Urbe nel 753 AC, in maniera scevra da ogni romanticismo mitologico.
Il film si apre con una superba scena in cui i due pastori vengono travolti da una improvvisa piena del Tevere e gettati all’interno della città di Alba Longa, la comunità egemone del Vetus Latio. Fatti prigionieri, i due riescono però a fuggire con uno stratagemma portando con loro la vestale che custodiva il fuoco sacro sperando con ciò di ingraziarsi le divinità e un manipolo di sbandati che ben presto riconoscono in Remo il loro condottiero, soprattutto quando questi decide di affrontare il passaggio nella foresta per evitare sia le forze di Alba Longa che si sarebbero scatenate nella loro caccia che le altre comunità protolatine del luogo. Per tutto il viaggio Remo si porterà sulle spalle il fratello ferito fino a quando, dopo aver sconfitto in battaglia una tribù autoctona, prendono possesso della loro comunità, dove i fuggiaschi si insediano e dove la vestale, affidandosi alla sua arte aruspicina, prevede che uno dei due fratelli sarà il Re di una potentissima città ma che perché avvenga ciò l’altro deve morire. Remo sfida gli dei nella sua violenza iconoclasta, si rifiuta di uccidere Romolo, e si accanisce contro la vestale, dando il via alle vicende finali che porteranno Romolo a fondare la città di Roma.
Senza voler trasformare una recensione in un compendio storico, va ricordato che la gran parte della storia della fondazione di Roma si poggia sul mito e sulla leggenda, non solo quella dei due fratelli allevati dalla lupa: come spesso avviene in casi in cui Storia, archeologia e mito si fondono, i dati di fatto vengono liberamente elaborati solitamente per finalità apologetiche, esattamente come fecero i primi storici latini e romani che trattarono l’argomento della fondazione di Roma.
Rovere in Il primo re sfronda il racconto dalle suggestioni mitologiche, dalle elaborazioni postume tendenti a mitizzare le origini della città, e imposta la pellicola su un piano più essenziale e tutto sommato più umano: una storia di violenza, ben poco epica, intrisa di tragedia greca, di religione e di leggi ancestrali.
Remo sfida la divinità tirandosi dietro i mugugni dei suoi compagni di viaggio, ma lo stesso Remo impone se stesso come conducator, come Re di un manipolo di fuggiaschi e quando si tratta di rispettare i voleri della divinità non perde occasione di sfidarla apertamente; dall’altra parte c’è Romolo che rispetta il volere degli Dei, che non è animato dal furore del fratello, che è pronto a sacrificare se stesso pur di rispettare i vaticini. Dallo scontro tra queste due realtà, perché questo rappresentano nel film Romolo e Remo, nasce la città di Roma, non senza esser passata attraverso la spada e il sangue.
La scelta di Matteo Rovere di optare come lingua per un latino arcaico, grazie anche alla collaborazione di numerosi studiosi, è forse l’aspetto che più dà forza al film, così come la scelta dei luoghi dove ambientare le gesta dei protagonisti (tutte location ubicate nel Lazio: Il bosco del foglino a Nettuno, Viterbo, Manziana) rende il racconto ancora più credibile.
Come afferma Corrado Augias nel suo I misteri di Roma, a ben leggere la storia di Romolo e Remo, pur nella sua accezione più epica e intrisa di mito, c’è molto poco di nobile e molto invece di violento, spesso di deprecabile, a cominciare dalla presunta nascita dei due da Rea Silvia in seguito ad uno stupro perpetrato da Marte fino alla presunta Lupa che li avrebbe allattati che altro non sarebbe che Acca Larenzia, moglie del pastore Faustolo, prostituta dedita alla vendita del suo corpo ai pastori (per cui Lupa deriva da Lupanare): una storia ben poco nobile quindi ma ricca di quel pathos tragico, del dramma delle conseguenze del libero arbitrio contrapposto alle rigide volontà divine.

Sebbene non tutto sia perfetto ne Il primo re, soprattutto la seconda parte spesso tende a dilatarsi troppo, possiamo ben dire che l’opera di Matteo Rovere, oltre a costituire un unicum nel panorama cinematografico italiano, risulta anche uno dei lavori più convincenti degli ultimi tempi, grazie ad una regia solida che privilegia la sostanza intima della storia, ad un lavoro straordinario compiuto da Daniele Ciprì alla fotografia, capace di utilizzare in maniera magistrale la luce naturale e ad un cast che merita in toto un plauso se non altro per le difficili condizioni in cui ha dovuto lavorare, e che ha i suoi punti di forza in Alessandro Borghi nella parte di Remo e in Alessio Lapice in quella di Romolo, cui si aggiunge l’autentica sorpresa di Tania Garribba (la vestale), volto scolpito e austero da cinema di altri tempi.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 3.5

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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