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The Great Wall - Recensione

Tra avventurieri, mostri e guerrieri The Great Wall, film che apre una nuova era di collaborazioni tra Cina e USA, resta sospeso nel limbo degli onesti ma non memorabili popcorn movie

A meno che non siate rimasti bloccati per un anno su Marte a coltivare patate, ci sono buone probabilità che vi sia arrivata qualche eco delle polemiche e notizie generate da The Great Wall.
Diretto dal veterano regista cinese Zhang Yimou e prodotto dallo studio Legendary (di base a Hollywood ma di proprietà cinese) è il film più costoso finora realizzato in Cina e apre una nuova era di collaborazioni tra l'ex Impero Celeste e gli USA. Il cast comprende alcuni tra gli attori cinesi più famosi in patria e la A-list star Matt Damon. Sicuramente un facile bersaglio di critiche e l’uscita qualche mese fa dei primi teaser e trailer aveva infatti scatenato una valanga di commenti e accuse, principalmente di whitewashing (la pratica Hollywoodiana di usare attori bianchi per ruoli originariamente non-bianchi) e in particolare di riproporre la solita storia dell’eroe bianco che arriva, salva l’intera Cina e possibilmente si accaparra anche un trofeo femminile. Ma corrispondono veramente alla realtà tutte queste accuse? Vediamo.
William (Matt Damon) e Tovar (Pedro Pascal) sono due forestieri in una Cina simile al Far West. Avventurieri con un fumoso passato di mercenari, si muovono per il Paese alla ricerca della preziosa 'polvere nera' (polvere da sparo). I due sono appena scampati ad un attacco in cui William ha ucciso un misterioso mostro verde e ne ha conservato l’orrendo artiglio nella speranza che qualcuno possa rivelargli a che razza di bestia appartenga. Nel loro viaggio i due si imbattono in un enorme esercito stanziato lungo la muraglia e loro malgrado si trovano coinvolti con esso in un feroce attacco da parte di orde di mostri ferocissimi detti Tao Tei che corrispondono a quello ucciso da William. William e Tovar apprendono dal comandante Lin (Jing Tian) e lo stratega Wang (Andy Lau) che i Tao Tei sono dei mostri generati originariamente dall'impatto di un meteorite e che, mossi dalla cupidigia, appaiono ogni 60 anni per tentare di oltrepassare la muraglia e conquistare la capitale. L’esercito cinese è potente e organizzato, ma sta cedendo ai mostri che diventano sempre più evoluti e scaltri.
Bisogna essere onesti, Matt Damon non ha rubato la parte a nessuno, il film non pecca di whitewashing, né propone, come accusato a priori, il bianco superman che salva i destini del mondo. Al contrario i personaggi occidentali e l’esercito cinese sono ugualmente valorosi, semmai gli occidentali ne emergono un po’ più disonesti e decisamente più incuranti dell’etica e del bene comune. Al limite si può rimproverare il film di una propensione per innocui stereotipi (lanterne nel cielo notturno, soldatesse cinesi che si muovono come ginnaste) e qualche semplificazione. Lin e William sono due generici simulacri, rispettivamente del buon collettivismo cinese (“siamo vivi perché ci fidiamo l’uno dell’altro” dice lei) e dell’individualità occidentale (“sono vivo perché non mi fido di nessuno” ribatte lui), che beneficiano del reciproco aiuto. Non bisogna scordarsi che è una co-produzione.
Non ci sono grossi passi falsi 'politici' e anzi, questo film è a mio avviso molto significativo perché segna uno spostamento del centro di gravità del potere nel lungo corteggiamento tra Cina e USA. La Cina non è più un semplice ospite in un film di Hollywood come in passato: in The Great Wall si osserva invece un’opposta transnazionalità e un deciso cambio di prospettiva.
E ora le brutte notizie.
Tristemente, né questo peso storico/commerciale, né l’innocenza dalle accuse più ovvie bastano a salvare un film fondamentalmente legnoso e algido che soffre di una sceneggiatura povera e prevedibile. I personaggi sono tratteggiati superficialmente e i dialoghi sono ridotti al minimo essenziale a favore di azione e tanto CGI, dando pochissimo spazio e battute ai personaggi di supporto (vedi il mal sfruttato Andy Lau e l'inutile Willem Defoe/Mr. Ballard). La storia, poco articolata e priva di colpi di scena, non stupisce né intriga e tutto questo finisce per uccidere l’empatia con lo spettatore e il coinvolgimento nell'azione, che di per sé è molto godibile. William ha meno spessore di un personaggio di videogame e non c’è alchimia con Lin, che a sua volta non riesce ad avere quella presenza e quell'autorità che la storia richiederebbe. Il regista ha sempre avuto muse bellissime e carismatiche, da Gong Li a Zhang Ziyi, ma Jing Tian non ce la fa a tenere il passo con il talento delle sue colleghe, nonostante l’indiscutibile bellezza.

Zhang Yimou è un regista di enorme calibro, c’è il suo inconfondibile marchio nel bellissimo impatto visivo del film, nell’uso creativo dei colori e nelle battaglie ben orchestrate e suggestive, tuttavia The Great Wall non prende il volo e resta sospeso nel limbo degli onesti ma non memorabili popcorn movie. Non terribile, ma nell’insieme è un film che probabilmente resterà nella memoria per motivi diversi da quelli per cui era stato concepito.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2.5

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Adriana Rosati

Segnata a vita da cinemini di parrocchia e dosi massicce di popcorn, oggi come da bambina, quando si spengono le luci in sala mi preparo a viaggiare.

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