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Caffè - Recensione

Il nuovo lavoro di Cristiano Bortone associa i toni del caffè a tre storie di oggi in tre punti del mondo: Italia, Belgio, Cina. Il dramma e l'asprezza per il mondo sono lo sfondo di un film che nelle intenzioni e nelle potenzialità fa ben presagire, ma che si sgretola nella traduzione visiva

Tre luoghi del mondo per tre storie differenti. La prima tappa è l'Italia in cui Renzo è un giovane sommelier del caffè, esperto di Latte Art. Nonostante la sua creatività e la sua passione, lavora in un bar con uno stipendio misero. A casa, però, lo attende Gaia, la sua fidanzata che un giorno gli comunica di essere incinta. Renzo, quindi, si mette alla ricerca disperata di soldi e finisce, così, per farsi coinvolgere in una rapina ad una torrefazione che prenderà una piega tragica e inaspettata. Nel cuore della Cina si svolge la storia di Fei, un giovane manager con successo e soldi che sta per sposarsi con la figlia del suo capo, un magnate dell'industria chimica. Un giorno gli viene chiesto di occuparsi di un grave incidente negli impianti dello Yunnan, regione dalla quale proviene Fei e patria della produzione del caffè. Il manager è costretto a prendere veloci e improvvise decisioni che mettono in pericolo anche il suo futuro. Infine il Belgio. Hamed è un immigrato dall’Iraq che detiene un piccolo banco dei pegni. Durante una violenta manifestazione di protesta il suo negozio viene assaltato e un'antica caffettiera d'argento a cui era legato da generazioni viene rubata. L'uomo scopre l'identità del ladro e, andando contro la sua indole pacifica, cerca di farsi giustizia da solo.
Cosa quindi unisce Cina, Italia, Belgio? Quale sottile e indefinito elemento riesce a tenere unite tre narrazioni che parlano di flusso di migrazioni, scontro tra popoli e culture, declino economico e sociale dell'Occidente ed emergenza ecologica? La risposta di Cristiano Bortone è: il caffè. Osservando il suo ultimo film, Caffè, presentato in anteprima alle Giornate degli Autori - Venice Days in occasione della Mostra del Cinema di Venezia 2016, sembra, però, che la scelta di porre la bevanda come elemento comune a queste storie problematiche, ambientate nei tre Paesi, sia stata più dettata dalla presenza di Savage Film (Belgio), Road Pictures (Italia), China Blue films (Cina) e Orisa Produzioni (Italia) in qualità di produttori piuttosto che dalla necessità del regista di scrivere e dirigere una storia contemporanea. Ciò trova giustificazione nella fattura visiva della pellicola. Le tre linee narrative, infatti, si sviluppano autonomamente, montate a incastro, senza, però, che tra loro emerga una connessione tematica, se non fosse per l'elemento del caffè. Questo tra piantagioni, profumi, caffettiere, aromi e sensazioni è particolarmente ricercato nelle inquadrature del regista che permettono di far emergere il suo sapore dallo schermo. Se le storie fossero state presentate l'una dopo l'altra, probabilmente, lo spettatore avrebbe evinto maggiormente le problematiche dell'umanità di oggi. Il montaggio incrociato, invece, trascina le narrazioni fino al termine senza particolari accenti, se non quello di permettere a chi guarda di porre in paragone la pellicola di Bortone con Crash di Paul Haggis e Babel di Alejandro Gonzales Inarritu per struttura visiva e tematiche.
L'analisi della contemporaneità dei tre Paesi presi in esame, quindi, si intesse sull'odio razziale, la rivolta sociale, la lotta popolare e l'uso della violenza come unica soluzione in Belgio, la crisi lavorativa, la disperazione dei precari in Italia, il disastro ecologico e il peso del passato come esempio di vita in Cina. Questi temi sono proposti con una ricercata volontà di porre in evidenza solo i toni drammatici. Ciò si traduce visivamente in una discrepanza tra l'attenzione alla rappresentazione dei disastri della società contemporanea e le caratterizzazioni dei personaggi abbozzate in una spasmodica ricerca emotiva che non conduce a una destinazione finale delle loro evoluzioni.

Seppur, quindi, la scelta di utilizzare il caffè come leitmotiv del racconto appare un buon pretesto narrativo, per l'asprezza e la spirale avvolgente dei suoi toni, la pellicola diretta da Bortone appare senza personalità, non del tutto matura, incapace di rendere riconoscibile la storia che si prefigge di narrare. Bisogna anche sottolineare lo sforzo del regista di legare insieme le tre storie in inquadrature, ad esempio, delle ambientazioni definite allo stesso modo oppure nell'utilizzare lo stesso linguaggio visivo nella definizione dei diversi personaggi. Scelte, però, che rimangono isolate in una superficialità narrativa, forse non del tutto prodotta e voluta da lui stesso.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2

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Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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