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Il cigno nero

  La locandina originale de Il cigno neroUna danzatrice e la sua ossessione distruttiva: diventare prima ballerina per la messa in scena de Il lago dei cigni, anche a costo di sopportare sacrifici immani. Rivalità, intrighi ed insicurezze tra piroette: Darren Aronofsky offre un ritratto del lato oscuro della competizione artistica con un thriller psicologico teso e cupo

Nina, una giovane danzatrice di talento di una compagnia di New York, dedica anima e corpo all'amore per il ballo: il suo desiderio più grande è quello di diventare prima ballerina. Sostenuta dalla madre, una donna iperprotettiva che rimpiange di non essere riuscita a sfondare come ballerina, la ragazza ha l'occasione di coronare il suo sogno quando scopre che Thomas, un direttore artistico, ha intenzione di rimpiazzare Beth, una vecchia gloria del ballo, in una nuova produzione, una rivisitazione originale de Il lago dei cigni. Per convincere Thomas di avere le doti giuste per interpretare il doppio ruolo del Cigno bianco e del Cigno nero, Nina deve vincere la concorrenza delle sue colleghe, in particolare quella di Lily, appena arrivata da San Francisco, e superare alcuni limiti caratteriali che non le hanno permesso di affermarsi compiutamente. Nonostante all'inizio le sue possibilità di successo sembrino limitate, Nina è pronta a tutto, finanche a sopportare sacrifici immani, pur di non farsi sfuggire la ghiotta opportunità.

Accecato dal piacere visivo, Darren Aronofsky nutre una magnifica ed autentica ossessione: quella di destrutturare il cinema, per reinventarlo, rielaborarlo e ricostruirlo come piace a lui. Guardare oltre i confini che tutti noi ci poniamo è la sua missione. A volte eccessivamente barocco (The Fountain – L'albero della vita), altre volte genuinamente visionario (Requiem for a Dream), con Il cigno nero (Black Swan), film di apertura della 67esima Mostra del Cinema di Venezia, il regista riprende a scrutare tra le pieghe del reale senza rinunciare ad una delle tematiche a lui più care: l'individuo che cerca di sfidare il suo destino.
Una scena di Black SwanL'atmosfera e l'emozione sono forti. Aronofsky, dopo la parentesi di pathos minimalista di The Wrestler (premiato con il Leone d'oro a Venezia nel 2008), torna al suo magma di sorpresa e confusione, di abissi morali e materiali, di sessualità, estetismo ed orrore, per raccontarci il lato oscuro che si cela dietro ogni competizione professionale ed artistica. Ancora una volta il suo cinema sembra non aver bisogno di narrazioni romanzesche, di storie ben strutturate, di personaggi facilmente etichettabili, di cause ed effetti: si affida, piuttosto, al linguaggio della macchina da presa, ovvero alla condensazione del mondo in una immagine. Come la danza, la pittura o la musica, la sua espressività agisce sui sensi di chi ne fruisce. Non è poco.
Tra pulsioni autodistruttive, allucinazioni, lampi di erotismo e tensioni sotterranee sempre sul punto di esplodere da un momento all'altro, il soggetto rivela risonanze psicologiche e viene declinato in chiave thriller da Aronofsky. Che non esita a fare del suo film una 'compilation' di rimandi (ritornano le riflessioni sul doppio, sulla metamorfosi fisica, sulla percezione che si ha di se stessi, sull'istinto irrefrenabile di superarsi) a tutto il proprio cinema precedente. Cinema puro: disperato, sensuale, perturbante, trasognato.

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