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Favolacce - Recensione

Reduce dal trionfo berlinese, Favolacce dei fratelli D'Innocenzo esce sulle piattaforme on demand causa pandemia: opera dura, di grande valore e di grande ambizione, che non risparmia nulla, ben lontana dal cliché da cinema consolatorio in auge in Italia

Spazzata via la stagione cinematografica dall’emergenza sanitaria planetaria ben nota, Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, uno dei lavori su cui si nutriva maggior attesa, alla luce anche del prestigioso premio ottenuto alla Berlinale 2020 (Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura), trova la sua distribuzione sul circuito on demand attraverso alcune tra le più importanti piattaforme streaming, a dimostrazione di come questo settore, almeno per qualche tempo in attesa che la buriana passi, possa diventare la salvezza per lo meno per certo Cinema.
Il film di Damiano e Fabio D’Innocenzo, alla loro opera seconda dopo il buon esordio con Il paese dell’abbastanza, è un’opera per certi versi durissima, un lavoro che non sembra di certo uscito da una cinematografia come quella italiana, sempre attenta a rassicurare e a nascondere lo sporco sotto il tappeto.
Questo film è ispirato a una storia vera, a sua volta ispirata a una storia falsa, la quale storia falsa non è molto ispirata”: queste parole recita una voce fuori campo che fungerà da narratore discreto per tutta la durata del film, il quale riferisce di avere trovato un diario scritto da una ragazzina tra l’immondizia e che, incuriosito, ha deciso di proseguire dal punto in cui si interrompeva. Questo prologo, quindi, per mettere in chiaro subito che Favolacce rimane aderente al titolo, nel senso che seppur ben calato nella realtà dei fatti non manca di presentare momenti quasi fiabeschi o surreali.
La storia si impernia su un gruppo di famiglie che vivono in un quartiere periferico di Roma, lungo il litorale, o ad esso vicino, un piccolo nucleo dove tra finta ed ostentata eleganza e abusivismo edilizio le esistenze dei personaggi si consumano all’interno di quelle villette a schiera molto pretenziose, dove la privacy non esiste e dove tutti sanno tutto di tutti e dove tutti sono (finti) amici e dove la sera si cena a volte assieme nel giardino. Ma è soprattutto quella dei ragazzini delle famiglie la prospettiva scelta dai fratelli registi per raccontare una estate come tante ma nella quale vengono inesorabilmente e drammaticamente alla luce le problematiche nascoste come polvere sotto il tappeto che devastano le famiglie: la carrellata di personaggi è disturbante nella sua mostruosa ovvietà, uomini e donne in cui forse un passato difficile ed un presente che non si riesce a celare completamente dietro la finta esistenza piccolo borghese generano un abbrutimento carico di anaffettività, di rabbia e di livore pronto ad esplodere in ogni momento, avendo spesso come obiettivo i figli, tutti in età preadolescenziale, che cercano di scimmiottare i genitori e che non hanno probabilmente nessuna guida morale nella loro vita. Lentamente ed inesorabilmente l’esplosione devastante si avvicina, nonostante le piscine gonfiabili piazzate nel giardino, i fuoristrada parcheggiati in garage, le feste di compleanno semplice concentrato di volgarità e cattiverie gratuite.
In questo ambiente tanto inutilmente falso e carico di frustrazione per i ragazzini, il burn out cova sotto le ceneri, basta solo trovare il 'cattivo maestro' o, parafrasando una immagine fiabesca, il giusto pifferaio magico e l’esplosione, silenziosa e tragica diventa tangibile e terribile.
Favolacce, è bene dirlo subito, è lavoro che spiazza, disturba, angoscia e folgora in maniera accecante, come un lampo inaspettato, in un ambiente cinematografico quale il nostrano sempre attento a conformarsi ai modelli televisivi rassicuranti, consolatori, forzatamente lacrimosi, votati al buonismo più insulso- Il cinema italiano è poco propenso a raccontare lo sporco, il cattivo, il distorto che abita tra di noi, perché mettere uno specchio nel quale riconoscersi e probabilmente, ci si augura, a volte vergognarsi, non è rassicurante, anzi è profondamente destruente, meglio guardare altrove. Favolacce fa invece proprio questo lavoro sporco: non nasconde nulla, non rassicura, non comprende né giudica, semplicemente racconta alcuni aspetti della nostra civiltà, delle nostre vite, esistenze turbate, minate dalla rabbia, dal rancore, dalla cattiveria, dall’incapacità di comprendere e soprattutto assolutamente prive di empatia reale per i nostri figli, sempre più valvole di sfogo e cimeli da portare in parata per dare lustro a se stessi. Nel film i fratelli D’Innocenzo, come detto, scelgono la prospettiva dei ragazzini, la loro curiosità, la loro voglia di normalità, il loro desiderio di conoscere quello che accade nella realtà famigliare, tutte aspettative che vanno regolarmente deluse.
Esiste anche un aspetto sociale che i registi sembrano volere mettere al centro di un film che è animato per il resto da un grande spirito umanistico: i protagonisti sembrano appartenere ad un ceto sociale che sta un gradino sotto alla loro apparenza, non brillano certo per istruzione né tanto meno per argomentazioni, vivono il loro passaggio ad una categoria sociale superiore quasi con l’ansia di prestazione. Solo uno dei protagonisti, non a caso quello che vive in una casa mobile nel bosco, in stile americano, un proletario rimasto tale, cameriere che la sera porta a casa i resti delle cene che vive con il figlio amico dei figli degli altri personaggi, conscio del proprio ruolo e quasi fiero di esso, riesce a trovare almeno una parvenza di salvezza nel finale drammatico.
Che Favolacce sia un film destinato a rimanere tra i migliori di questa strana e per certi versi unica stagione, è certo, perché raramente in un film abbiamo visto raccontato con grande precisione e maturità tanta miseria umana, tanta cattiveria, tante esistenze martoriate che tutte insieme provocano una sensazione che sta a metà tra l’angoscia e la tristezza cosmica.

Va dato atto ai fratelli D’Innocenzo di aver scritto e diretto un grande film che li pone definitivamente tra i registi italiani più bravi e fortemente impegnati a ridare un minimo di lustro al nostro Cinema, alfieri di un’arte che vuol tornare ad essere portatrice di messaggi importanti e di una forte carica di umanità; se da un lato il riferimento dei registi romani sembra essere certo cinema verista, dall’altro l’influenza maggiore è certamente quella di Matteo Garrone (e non a caso in Dogman appaiono come collaboratori alla sceneggiatura), sia degli inizi con la sua forte aderenza alla realtà sia di adesso con le sue derive fantastiche.
Ma soprattutto Favolacce e la storia personale dei fratelli D’Innocenzo dimostrano come sia possibile, anche in Italia, dedicarsi ad un cinema che non fa sconti nella sua lettura del nostro mondo, della nostra intimità e della nostra civiltà. Il cast, composto in larghissima parte di attori semiprofessionisti o alle primissime armi e da un nugolo di straordinari ragazzini, trova in un magnifico Elio Germano e in una sempre più brava e convincente Barbara Chichiarelli due interpreti di grandissimo spessore.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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