Recensioni film ai festival, in home video, streaming e download

Ti trovi qui:HomeCinema e dintorniFuori salaThe House That Jack Built - Recensione

The House That Jack Built - Recensione

Lungi dall'essere la classica boutade, il ritorno di Lars von Trier a Cannes con The House That Jack Built, ci regala uno dei film più belli e ricchi del regista danese, una riflessione sul rapporto con l'opera d'arte attraverso la mediazione della mente di un serial killer

Il ritorno di Lars von Trier allo scorso Festival di Cannes (dopo sette anni dal grande scandalo che accompagnò alcune sue dichiarazioni su Hitler e sul nazismo in occasione della presentazione di Melancholia, affermazioni che costarono l’espulsione dalla rassegna con gran codazzo di polemiche abilmente alimentate dagli ambienti della rassegna francese), indubbiamente oltre alla curiosità che il regista danese porta sempre con sé faceva sospettare  qualche messa in scena maldestramente costruita (dagli organizzatori e dal regista) che servisse a sottolineare l’imperituro legame che unisce Lars von Trier alla rassegna della Croisette: una pagliacciata insomma di quelle cui il nostro simpatico regista si è reso più e più volte protagonista.
Invece The House That Jack Built non solo è un bel film, decisamente tra i migliori in assoluto di Von Trier, ma si erge, più di quanto abbiano fatto altri suoi lavori, a summa filosofica e artistica, una riflessione, molto a modo suo ovviamente, sul rapporto tra l’uomo e l’opera d’arte calato in una realtà nella quale dominano gli aspetti più negativi che emergono dalla natura umana.
Sebbene il film ondeggi di frequente tra un sarcasmo nerissimo e situazioni ironiche, le tematiche che emergono risultano maledettamente serie e profonde, rendendo l’opera nel suo insieme anche piuttosto complessa per la mole di argomenti affrontati, di sottili citazioni e di riferimenti.
Il racconto si svolge intorno a Jack, in un lasso tempo di 12 anni, nei quali la sua voracità da serial killer si è consumata, ed è raccontata in prima persona dallo stesso Jack insieme ad un misterioso personaggio, Verge (occhio al nome…) di cui solo nel finale capiremo qualcosa di più. La narrazione è strutturata a capitoli, cinque omicidi (o incidenti, come sarcasticamente vengono definiti) che in qualche maniera hanno segnato le tappe più importanti della carriera da serial killer compulsivo-ossessivo del protagonista.
Attraverso il racconto in prima persona Jack diventa il catalizzatore di tutto il film, obbligandoci ad assumere una posizione di vicinanza, quasi di sovrapposizione con lui, manovra con la quale il regista cerca di creare una simbiosi simbolica con lo spettatore attraverso il serial killer sofisticato, come si autodefinisce, che nei suoi omicidi è alla continua ricerca della perfezione formale, inseguendo una opera d’arte perfetta: i delitti non solo saranno sempre più complessi e di conseguenza pericolosi e difficili, ma diventeranno il pretesto con il quel il killer accumulerà cadaveri in maniera grottesca all’interno di una cella frigorifera. Jack è un ingegnere che avrebbe voluto essere un architetto (e la discussione sulla differenza tra le due professioni è un manifesto di importanza basilare se applicato al cinema di Von Trier) e che ha come obiettivo costruire la sua casa su un terreno in un luogo ameno, frustrato sempre dalla impossibilità di poter utilizzare i materiali che vorrebbe e nelle forme preferite che lo porta al fallimento continuo: un ingegnere frustrato che avrebbe voluto essere un architetto che trova nell’omicidio seriale la sua forma d’arte, carica di violenza e di annientamento.
Tra metafore più o meno ostiche, dissertazioni che spaziano tra analisi storiche sul nazismo (ancora…) e la profondissima misoginia, un'autocitazione in cui scorrono frammenti del cinema di Von Trier, la onnipresenza di Glenn Gould che suona nel suo stile tutt’altro che ortodosso le Variazioni Goldberg in un filmato d’epoca, un capitolo finale intitolato Catabasi che inizia come una fuga e si tramuta in un viaggio insieme al misterioso Verge, silenzioso testimone delle gesta di Jack, a sua volta in una grottesca vestaglia rossa che riporta alla mente l’iconografia dantesca all’Inferno, persino un quadro vivente che sembra uscito dal pennello di un pittore romantico francese, l’affannosa ricerca di Jack di quella perfezione artistica approda alla conclusione, lasciandoci il regista l’arduo compito di sistemare i tasselli nei giusti buchi del quadro d’insieme.
Attraverso la storia e l’analisi della personalità di un serial killer, Lars von Trier racconta il suo ruolo di regista, costruttore di opere d’arte, padrone del magma da plasmare per esprimere la violenza che pervade l’animo umano; lui è il dittatore della sua arte, l’esteta che insegue la perfezione e aborrisce la mediocrità, l’artista che supera i canoni per imprimere il suo segno sull’opera.
Naturalmente il film è stato preceduto dalle solite ridicole anteprime concesse a pillole sulla disturbante violenza delle scene, sulla solita patetica notizia di gente che fuggiva angosciata e raccapricciata dalla proiezione, dal gelo con cui sarebbe stato accolto all’anteprima stampa, insomma il solito balletto messo periodicamente in piedi che nulla aggiunge al giudizio sul film. The House That Jack Built non ha nulla di così agghiacciante relativamente all’impatto delle scene, è invece un gran film, intelligente, persino colto (detto di un regista che spesso viene paragonato ad un buzzurro da quattro soldi…), profondissimo nella sua lunga e a tratti anche oscura riflessione sul rapporto con l’opera d’arte, che va stimolare pericolosamente anche qualche tasto sepolto nella nostra coscienza, quasi fossimo tutti dei potenziali serial killer, perché in fin dei conti, su alcune cose, va detto, Jack ci è molto più vicino di quanto possa apparire: forse è questo l’unico messaggio che potrebbe suscitare qualche sentimento angosciante.

Rivedere Matt Dillon su livelli decisamente elevati è una bella notizia, il suo Jack è personaggio che sa lasciare un segno profondo, Bruno Ganz è il saggio interlocutore che sa esser severo e comprensivo fino all’espletamento del suo compito. Cinque anni dopo Nymphomaniac Uma Thurman torna a lavorare con Lars von Trier e nei panni di una petulantissima e fastidiosissima prima vittima di Jack assurge al ruolo di grimaldello per iniziare a compenetrare la mente e l’animo del serial killer.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

  Vai alla scheda del film
  Trailer del film


Video

Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

Questo sito utilizza cookie per il suo funzionamento. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. Se vuoi avere maggiori informazioni, leggi la Cookies policy.