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L'amant double - Recensione

Lavoro dall'estetica formale inappuntabile, L'amant double di François Ozon affonda le sue radici nell'ossessione per l'ambiguità tanto cara al regista, tra citazioni estreme e narrazione poco convincente

Doverosa premessa: la recensione contiene accenni di spoiler, ma tenendo presente che l’aspetto thriller del film è di fatto trascurabile, quel minimo che può essere svelato non inficia di certo la visione della pellicola.
La nuova opera di François Ozon, regista che ormai ha abbandonato il ruolo di enfant prodige del nuovo cinema francese essendo approdato anche egli ai 50 anni, se da un lato ne conferma le doti da purissimo esteta dell’immagine e del linguaggio, dall’altro si presenta come un deciso passo indietro rispetto al precedente Frantz.
Da sempre quasi ossessionato dall’ambiguità in tutte le sue forme e da quella sorta di disagio che si crea quando il mondo reale si compenetra con la fantasia, Ozon con L’amant double affronta l’emblema assoluto della duplicità e dell’ambiguità con il tema dei gemelli.
La protagonista della storia è Chloe, una giovane donna dall’apparenza fragile che soffre di continui dolori al ventre. Appurato che non c’è nessuna malattia organica che li causa, la donna si rivolge ad uno psichiatra, Paul, che sin dall’inizio ascolta con grande interesse il racconto dei malesseri psicologici che la attanagliano e che sono alla base dei suoi disturbi. L’interesse è talmente tanto (lei che migliora, lui che si infatua) che i due tranciano il rapporto paziente-terapeuta: si ritrovano amanti e vanno a vivere assieme. Chloe sembra guarita, i dolori l'hanno abbandonata, ma ben presto scopre qualcosa di oscuro nella vita di Paul: la presenza di un fratello gemello, psicoterapeuta egli stesso, con cui lui non ha più rapporti al punto di essersi cambiato persino il cognome. Spinta dalla curiosità (o da altro?…) la donna decide di rivolgersi a Louis, il gemello, cadendo ben presto in un turbine morboso ed ambiguo: il fratello ripudiato sembra essere l’opposto di Paul, forse sarebbe meglio dire che presenta dei tratti di carattere opposti sì ma complementari, al punto che Chloe inizia a vedere i due quasi come un'unica persona con due facce. Dall’incontro con Louis la storia scivola nello psyco-thriller a sfondo erotico in cui però sono sempre le ossessioni della donna ad essere il motore trainante, compresa quella che nasce dal desiderio di avere una sorella gemella.
Per larghi tratti L’amant double è lavoro che presta il fianco alla tanto anelata ambiguità cui aspira Ozon: definire il film quasi come una ossessione a metà tra la fantasia, il sogno e la realtà da parte di Chloe è forse interpretazione fallace? Di certo Ozon sceglie questo aspetto per tenere in piedi un film che però ben presto dal punto di vista della narrazione arranca alquanto, a maggior ragione nel momento in cui il regista parigino decide - voglio sperare con voluta ostinazione ammantata di autoironia - di lanciarsi in un citazionismo esasperato: si passa da De Palma a Hitchcock, dal Ridley Scott di Alien, in una scena che dovrebbe infondere terrore ma in effetti è alquanto ridicola, al Cronenberg di Inseparabili, di certo l’ispirazione più cospicua, solo per citarne alcuni.
Ozon viola l'intimità di Chloe sin dall’inizio con una scena da gabinetto ginecologico nella quale una vagina si trasforma nell’occhio della protagonista quasi a volere legare il malessere viscerale che la attanaglia alla realtà dei suoi occhi, con ciò ponendo le basi per una interpretazione tutta personale di quanto osserviamo nei 100 minuti della pellicola. Il (mezzo) colpo di scena finale che risiede nel riferimento ad una rarissima condizione patologica propria dei parti gemellari, è un buon stratagemma per uscire da un loop di ossessioni, fantasticherie, pruriti sessuali, ma non per questo riesce a convincere più di tanto. Dove invece Ozon riesce a far centro è nell’aspetto formale del film: grandissima eleganza estetica, giochi di specchi che rimandano a prospettive divergenti, forme geometriche che si alternano a pareti bianche infinite (tutte le scene girate nel Musee de l’Homme a Parigi sono semplicemente perfette esteticamente), una Parigi ben poco iconografica. Una conferma di come il regista parigino prediliga dare una forma artistica alle sue immagini, sebbene stavolta ciò rimanga un po’ troppo colpevolmente scisso dall’aspetto più strettamente narrativo.

L’amant double insomma è lavoro che per un lato delude, ma dall’altro riesce a rubare l’occhio: l’impressione che lascia è quasi quella di un saggio di regia, se fossimo di fronte ad un regista poco esperto: trattandosi di uno del calibro di Ozon, probabilmente, considerato tutto, la vera essenza sta in un divertissement un po’ snob. Gli attori offrono una prova che va apprezzata: Marine Vacth, già vista in Giovane e bella, oltre che maturata, riesce ad assecondare bene i disagi e la metamorfosi della protagonista, e Jérémie Renier supera il difficile compito di suddividersi tra i due gemelli tanto diversi tra loro.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2.5

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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