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The Killing of a Sacred Deer - Recensione (London Film Festival 2017 - Headline Gala)

Un horror quieto, che spiazza senza artifici d’effetto per Yorgos Lanthimos: The Killing of a Sacred Deer mette in scena un’allegoria del delitto e castigo in una parabola fatalista interpretata da Colin Farrell e Nicole Kidman

Yorgos Lanthimos ritorna a turbarci con The Killing of a Sacred Deer, presentato allo scorso Festival di Cannes e ora nella sezione Headline Gala al London Film Festival 2017. Anche questo film è stato scritto con il suo abituale collaboratore Efthimis Filippou e pur mantenendo il suo inconfondibile stile, The Killing of a Sacred Deer si disfa di buona parte dell’eccentrico umorismo che aveva permesso a The Lobster di accedere a una più larga fetta di pubblico rispetto ai lavori precedenti, virando verso un horror sinistro e impenitente.
La prima immagine del film è un cuore umano che batte, enfatizzato da una solenne musica orchestrale. Quando il campo si allarga, si capisce che siamo in una sala operatoria e il destino di questo cuore è nelle mani del chirurgo. È un’apertura fortemente simbolica che racchiude le premesse di quello che verrà. Il chirurgo che ha appena operato è Steven (Colin Farrell) e insieme al suo amico anestesista discutono di orologi da polso nella tipica modalità surreale tanto cara al regista. Steven è un uomo di successo, con una bella casa, una bella moglie, Anna (Nicole Kidman) e due figli, Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic). La sua è una vita apparentemente tranquilla, che l’uomo affronta con robotica routine: il lavoro, il relax, qualche innocua stramberia nella vita sessuale (gli pace che la moglie simuli di essere in 'anestesia totale') ma c’è qualcosa fuori posto nella vita dell’uomo. Non solo si intuisce che Steven ha smesso di bere da qualche anno ed è, in questo, sorvegliato a vista dalla moglie, ma anche che si incontra regolarmente con un ragazzo minorenne, Martin (Barry Keoghan). In questi incontri i due chiacchierano, passeggiano e Steven fa al ragazzo dei regali esageratamente costosi tanto da farci sospettare, all’inizio, un interesse a sfondo sessuale. Il sospetto svanisce quando Steven lo invita a casa ad incontrare la sua famiglia presentandolo come un ex paziente, ma la verità che il chirurgo non osa ancora dire è che la sua relazione con Martin è basata sul senso di colpa. Il padre di Martin è morto infatti qualche anno prima sul tavolo operatorio per mano di Steven che probabilmente aveva bevuto e la colpa lo tiene legato al ragazzo. Martin sembra un ragazzo garbato e piacevole, ma le cose cominciano a prendere una piega inquietante quando per sdebitarsi invita Steven a cena e lo presenta alla madre (Alicia Silverstone) facendo un comico e goffo tentativo di gettarlo tra le braccia della donna. Da questo punto Martin comincia ad insinuarsi sempre più nella vita di Steven e della sua famiglia, appare spesso e senza preavviso nell’ospedale dove l'uomo lavora, frequenta sua figlia adolescente con l’intento di farla innamorare, fino a quando, confrontato, rivela tutta la potenza della sua furia con una tremenda maledizione, costringendo la famiglia con una ad un’impensabile crudeltà.
Se The Lobster aveva un inizio geniale e pieno di spunti ma esauriva il carburante verso la fine, al contrario The Killing of a Sacred Deer ha una partenza lenta e misurata e una graduale escalation verso una vera e propria tragedia greca. Non lo dico a caso, Lanthimos infatti reinterpreta qui il mito di Ifigenia in Aulide, mettendo in scena un’allegoria del delitto e castigo in una parabola fatalista di colpe patriarcali che ricadono sui figli. Steven, come cardiochirurgo, ha un immenso potere di vita e di morte nelle sue mani, è un re, ma per colpa della sua stoltezza diventerà il vero sconfitto della storia, perché è un re senza libertà, condizionato da indecisione, desideri ed eventi che sfuggono completamente al suo controllo.
Colin Farrell, con un cantilenante accento irlandese, dona una gravitas particolare a Steven che ben nasconde le emozioni per quasi tutto il film lasciandosi andare solo verso la fine. Nicole Kidman è una gran professionista, ma il giovane Barry Keoghan (visto anche in Dunkirk) è particolarmente efficace a trasmettere il senso di minaccia che il ragazzo porta con sé con una raccapricciante freddezza. L’eclettica colonna sonora formata da brani orchestrali classici, misti a rock e archi dissonanti, è potente e didascalica come il coro delle prefiche in una tragedia classica.

The Killing of a Sacred Deer è già stato accostato alle opere di Kubrick e De Palma per il suo horror quieto, che spiazza senza artifici d’effetto, ma il regista ha affinato con rigorosa chiarezza un suo personale metodo per congelare la nostra incredulità e risucchiarci in situazioni assurde facendole passare ai nostri occhi come perfettamente ragionevoli, nel suo originalissimo “Universo Lanthimos”.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

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Adriana Rosati

Segnata a vita da cinemini di parrocchia e dosi massicce di popcorn, oggi come da bambina, quando si spengono le luci in sala mi preparo a viaggiare.

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