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Il senso di una fine - Recensione

Da un romanzo di Julian Barnes, un dramma sulla valenza soggettiva dei ricordi, interpretato da Jim Broadbent, Charlotte Rampling ed Emily Mortimer

Dopo un esordio brillante con The Lunchbox nel 2013, Ritesh Batra porta sullo schermo un adattamento de Il senso di una fine, il romanzo di grande successo di Julian Barnes, e ne fa una riflessione sulla valenza soggettiva dei ricordi, del peso e delle conseguenze dei nostri atti e della potenza oscura della memoria.
La storia si posiziona fin dal prologo iniziale, in quella Londra 'middle class' fatta di quartieri residenziali alberati ed ordinati, case belle e spaziose, e una sonnolenta monotonia borghese. In questo sfondo si muove Tony Webster (Jim Broadbent), un pensionato tranquillo con una bella casa, una bella ex-moglie, una bella figlia che sta per partorire da single e che Tony accompagna agli incontri pre-parto con prevedibili esiti comici. Tony ha anche un interesse in macchine fotografiche vintage, principalmente Leika, che ha trasformato in un lavoro post-pensionamento aprendo un piccolo negozio/bottega. La vita di Tony, scandita da routine autoimposte, più per noia che per necessità, viene turbata un giorno da una lettera. Una persona del suo passato è deceduta ed ha lasciato qualcosa a Tony. Questo 'qualcosa' però non è pervenuto con la lettera e Tony dovrà insistere parecchio con lo studio legale che se ne occupa per scoprire che il lascito è un diario, per la precisione il diario di un vecchio amico e compagno di università di Tony, scomparso molti anni prima. Questo evento deraglia la vita tranquilla del protagonista e riporta in superficie, con un inaspettato effetto domino, una serie di eventi e intrecci rimasti per tanti anni sospesi.
Aiutati da numerosi flashback e dal racconto di Tony che confessa alla sua ex-moglie per la prima volta le vicende legate a quel diario, gli eventi si srotolano davanti a noi e veniamo a conoscerne i protagonisti. Sono i primi anni di università, c’è il primo amore del giovane Tony (Billy Howle), una ragazza spigliata e intrigante di nome Sara, sua madre Veronica (Emily Mortimer), affascinante ed enigmatica, e c’è Adrian, l’autore del diario ereditato da Tony. Per dare una chiusura al suo passato e una risposta agli interrogativi rimasti nell’aria, Tony sarà costretto a contattare Sara (Charlotte Rampling) che non vede da allora e che possiede il diario di Adrian. Ma l’incontro rivelerà un’altra versione dei fatti, e Tony dovrà prendere atto che forse la sua memoria aveva creato una barriera protettiva.
Il senso di una fine è un bel palco per questo pugno di eccellenti attori britannici che danno delle prove solide e molto sentite, tra tutti Charlotte Rampling che, nonostante la brevità della sua apparizione, lascia l’impressione di essere la vera protagonista. Peccato per loro che per una debolezza di sceneggiatura il film subisca un notevole calo di pathos proprio verso la conclusione. Dopo la lunga parabola, il film atterra un po’ goffamente: l’intreccio, che all’inizio tira dentro e intriga, si fa man mano fumoso e contorto, finendo per sbilanciare un po’ e attenuare il peso della rivelazione finale, che non è poi del tutto inimmaginabile.
Nonostante il titolo, il percorso di Tony non sembra trasmettere un senso di chiusura, ma finisce per ritornare ellitticamente all’inizio, con una eccessiva dose di nonchalance.

Quel che resta nella memoria (la nostra) sono i gradevoli flashback che distolgono dalla noia della Londra suburbana e della vita che si dipana tra un pranzo fuori e un bicchiere di Merlot a cena.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2.5

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  Trailer del film


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Video

Adriana Rosati

Segnata a vita da cinemini di parrocchia e dosi massicce di popcorn, oggi come da bambina, quando si spengono le luci in sala mi preparo a viaggiare.

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