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I migliori dieci film del 2017

Il meglio cinematografico nelle scelte della redazione dei dieci migliori lungometraggi dell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle. Film da (ri)vedere o (ri)scoprire, usciti in sala, transitati ai festival oppure giunti a noi direttamente in home video


I magnifici dieci di Fabio Canessa

Twin Peaks: The Return, di David Lynch
It happened again, ed è stato meraviglioso. Oltre l'idea di sequel e anche di serie tv: un film lungo 18 ore, come ha detto il maestro, che in qualche modo racchiude tutto il suo percorso artistico.

L'altro volto della speranza, di Aki Kaurismaki
Il regista finlandese con il suo affascinante stile - fatto di inquadrature fisse, scenografie spoglie, colori saturi - affronta il dramma dei migranti con toni fiabeschi e surreali. Emoziona e fa riflettere.

In This Corner of the World, di Sunao Katabuchi
La perla d'animazione arriva dal Giappone. Un inno alla resilienza, poetico e ammaliante nella descrizione dell'ambiente e dei piccoli gesti della quotidianità familiare dei personaggi.

Happy End, di Michael Haneke
Lo sguardo lucido e tagliente del cineasta austriaco su una famiglia in disgregazione diventa specchio dell’autismo e dell’infelicità che pervade la vecchia società occidentale.

No Date, No Signature, di Vahid Jalilvand
Intensa riflessione su senso di responsabilità e morale costruita attraverso una sceneggiatura che gestisce con grande precisione lo sviluppo del racconto e le relazioni tra i personaggi.

Scappa - Get Out, di Jordan Peele
Al primo posto per molti critici a livello internazionale. Davvero troppo, ma di sicuro un film sorprendente che mescola thriller e satira incollando lo spettatore allo schermo dall'inizio alla fine.

Someone To Talk To, di Liu Yulin
Convincente opera prima di una regista cinese da tenere d'occhio per la maturità con la quale ha diretto questo divorce drama che punta l'attenzione sull'incomprensione e l'incomunicabilità.

Silence, di Martin Scorsese
Potente riflessione sulla Fede che rappresenta in fondo uno dei temi centrali del cinema del regista italo-americano riuscito a realizzare, con un bel risultato, questo progetto coltivato da tanto tempo.

Mrs. Fang, di Wang Bing
Ancor prima che di cinema - oltre al genere documentario di cui è maestro il regista cinese - una lezione sull'umanità e la sensibilità che dovrebbe avere lo sguardo di ogni autore.

Mon Mon Mon Monsters, di Giddens Ko
La trascinante follia dell'anno, con ragazzi cattivissimi e mostri particolari. Un riuscito mix di generi con scena cult il massacro di studenti su un autobus sulle note di My Way di Frank Sinatra.

Sperando di recuperare nei prossimi mesi visioni interessanti tra i film persi, la prima sensazione è che non sia stato un anno straordinario, come sembrano dimostrare anche due edizioni dei principali festival, quelli di Cannes e Venezia, non certo memorabili secondo un po' tutta la critica. Eppure, allargando lo sguardo oltre i concorsi internazionali e anche le sale, questo 2017 qualcosa di unico ce l'ha regalato. Twin Peaks: The Return, summa dell'intero cinema di quel genio che è David Lynch. Davanti a tutto il resto non si può che mettere quest'opera assoluta, che domina anche la top ten dei Cahiers du Cinéma, la storica rivista francese. Per quanta riguarda il cinema italiano, assente nella lista dei migliori dieci, una menzione merita l'esordio di Roberto De Paolis con Cuori puri.



I magnifici dieci di Davide Parpinel

Blade Runner 2049, di Denis Villeneuve
Il compito era arduo: continuare sul solco di un passo importante della storia del cinema, qual è Blade Runner. La risposta di Villeneuve è stata creare un'armonia visiva in cui tutti gli elementi linguistici del cinema si mescolano in un perfetto accordo, così da riempire occhi e mente dello spettatore di immagini e concetti affascinanti.  

Dunkirk, di Christopher Nolan
È un attimo, un'istante di storia e di vita. Un frammento di esistenza traumatica, raccontato dal regista inglese in un unico flusso che conduce dalla Francia all'Inghilterra in un apparente piccolo spazio temporale. Dunkirk è la sua consacrazione a miglior narratore del tempo e dello spazio nel cinema di oggi.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh
Si ride e si piange. Si riflette della stupidità umana e ci si affeziona al gran cuore dell'uomo. Non c'è nulla di scontato in questa storia di vendetta e dolori che dimostra gli infiniti limiti della mente e dell'animo umano.

First Reformed, di Paul Schrader
Personalmente lo reputo il testamento visivo e concettuale di Schrader, uno tra i migliori traduttori contemporanei in immagini della deriva morale dell'uomo. Il film, infatti, è un compendio intellettuale di quello che è l'uomo oggi: tetro, cupo, incastrato in un incubo tratteggiato con uno stile visivo che lacera qualsiasi speranza di serenità.

Foxtrot, di Samuel Maoz
Il regista israeliano è un personaggio unico. Gira due film, Lebanon e Foxtrot, fa il pieno di premi al più importante festival cinematografico del mondo, la Mostra del Cinema, puntando il dito contro l'insensatezza del suo stesso popolo, Israele, e di chi lo governa. Mostra la fragilità umana con uno stile personalissimo e unico, conducendo chi guarda a domandarsi: ma ha davvero senso tutto ciò che sta succedendo?
 
The Third Murder, di Hirokazu Koreeda
Kore-eda azzarda e vince. Il regista giapponese esce un po' dai suoi schemi visivi e narrativi per filmare un legal thrller che dal primo fotogramma incolla lo spettatore in un'apparente stasi che gela il sangue. Fino alla fine nulla è deciso e la sua sentenza nei confronti del genere umano è spietata.
 
L'altro volto della speranza, di Aki Kaurismaki
Non c'è molto da dire sulla reale ultima fatica alla macchina da presa di Aki Kaurismaki. C'è tutto il suo universo di ironia paradossale che puzza e respira della cattiveria umana. L'amaro in bocca che lascia la termine della proiezione eccome se si sente.

Silence, di Martin Scorsese
Dopo più di sessanta lavori Martin Scorsese ha ancora molto da dire e da mostrare. Svincolato, finalmente, dalla pressione delle major di Hollywood, racconta questo momento storico e umano con quella leggerezza e serenità che appartiene ai grandi maestri del cinema. Così Silence diviene una storia semplice che scava e si sedimenta in chi guarda.

A Ciambra, di Jonas Carpignano
Questa è la vita. Questa è la realtà. Il secondo lungometraggio di Carpignano è un racconto senza compromessi di un segmento di vita sociale italiana che solo una certa avanguardia registica tutta italiana è in grado di mostrare. A Ciambra è la quotidiana tragedia dell'Italia di oggi che grazie al cinema vive e grida.
 
Twin Peaks: The Return, di David Lynch
Il tocco di un maestro. Un delirio visivo che avvolge, stritola, investe e riempie gli occhi. Cercare di capire priverebbe di magia e di significato questo capolavoro, solamente di nome 'televisivo', che appartiene, però, a buon diritto alla storia delle immagini in movimento.

Personalmente è stato un 2017 con uno sguardo un po' distratto al cinema. Non me ne vogliano i miei colleghi di testata, ma devo confessare che sono entrato poco in sala e la consueta ricerca visiva, peculiarità fondamentale di LinkinMovies.it, da parte mia non è stata condotta con la solita cura. A mia discolpa posso dire che le neo sezioni serie tv e libri non sono compiti facili, seppur non sia da solo a gestirle. Se non vi bastano queste scuse, avanzo i massimi sistemi: la vita, il destino, la necessaria volontà di ricercare dei cambiamenti nella propria esistenza. Grandi concetti, grandi evoluzioni, grandi passi che forse non possono giustificarmi del tutto.
Aggiungo inoltre, con molta onestà, che devo ancora vedere film apparentemente molto importanti per il 2017: la consacrazione registica di Luca Guadagnino con Chiamami con il tuo nome, Corpo e Anima della regista ungherese Ildikò Enyedi, vincitore dell'Orso d'oro 2017 che ha convinto tutti, e la Palma d'oro 2017, The Square di Ruben Östlund di cui s'è detto molto bene. Sempre proveniente dalla Croisette, manca all'appello il Premio della Giuria, Loveless di Andreï Zviaguintsev.
Insomma nonostante queste lacune, una piccola idea sul cinema del 2017 è nata in me.
Ho visto sullo schermo buone idee, nuove ricerche, tanta retorica, pochi investimenti e una gran voglia opportunistica di rifugiarsi nel precostituito. Ho visto maestri, o presunti tali, cadere e ho potuto saggiare la fattura di giovani registi che mi hanno riempito gli occhi di grandi speranze. Niente di nuovo si potrebbe dire. Su queste linee sono imperniati i bilanci di molte annate cinematografiche, eppure il mio 2017, più di altri anni, mi fa sentire la necessità di dipingerlo con questi toni, perché davvero i film visti quest'anno hanno saputo trasmettermi una caratteristica fondamentale per il cinema: la fascinazione.
A ciò aggiungo un fil rouge relativo maggiormente al pensiero di questi film: l'uomo e la sua dannata ostinazione di distruggersi e distruggere tutto ciò che gli sta attorno incastrato com'è ormai, sembrano affermare queste pellicole, in una spirale di deriva senza via d'uscita.
Forse quindi, questa personalissima e parziale visione è stata inconsciamente ricercata, per condurmi davvero verso quello che volevo vedere.



I magnifici dieci di Adriana Rosati

Our Time Will Come, di Ann Hui
Dietro una flebile apparenza di spy thriller, si cela il tipico film di Ann Hui e il tema dello spionaggio presto rivela la prospettiva tipica della regista, dove la guerra è filtrata attraverso gli occhi di gente comune alle prese con tragiche e inaspettate circostanze. Lungi dall’essere una tradizionale epopea bellica, Our Time Will Come è invece una potente epica di resistenza umana e un omaggio ai partigiani hongkonghesi della East River Brigade, passati ingiustamente sotto il radar della storia. Ann Hui ha creato un solido dramma dalla valenza universale, popolato da eroi amabili e in cui ci si può facilmente immedesimare.

The Florida Project, di Sean Baker
Ai confini fisici e simbolici di Disney World, brulicano sacche di povertà che eludono un Sistema incapace di gestirle e che finiscono per confidare solo nell’empatia individuale. Non c’è alcun romanticismo nel ritratto di questi bambini maleducati e allegri, ma un estremo naturalismo, giorno dopo giorno, storie di povertà in USA, sullo sfondo a colori pastello di sogni in vetroresina. William Defoe ci grazia con uno dei migliori ruoli maschili di questo anno dominato da patetici esempi di mascolinità.

Loveless, di Andrey Zvyagintsev
Il cuore della Russia contemporanea è un condominio di lusso abbandonato, un gigante vuoto e desolato dove innocenza e amore si sono perduti e non sanno tornare. Loveless ha l’apparenza di un thriller e, a tratti, le movenze da horror, ma in realtà Zvyagintsev costruisce un cupo ritratto della società russa contemporanea e della devastante assenza di empatia che la nutre e al tempo stesso la avvelena. Il malessere che il film instilla lentamente è un’ansia profonda e penetrante per qualcosa che non c’è più da molto tempo.

Raw, di Julia Ducournau
Una prospettiva tutta femminile per un un film horror che è una metafora senza compromessi della pubertà e della sessualità femminili, della perdita della verginità e dei desideri bestiali che si agitano dietro i nostri fragili confini. La pubescente Justine testa i suoi limiti (e a volte i nostri) in questo fresco, diverso, geniale e sfrontato 'pastiche'.

Bad Genius, di Nattawut Poonpiriya
Ottimo thriller thailandese che unisce i popolari temi delle marachelle al liceo e del 'colpo grosso' creando un film di genere a sé, pieno di suspense e divertimento. Scandito perfettamente con il passo da Grande Rapina, Bad Genius mi ha ridotto sull’orlo della sedia a mangiarmi le unghie. Bravi attori giovanissimi, grande intrattenimento con buttati lì anche una critica sociale e una morale giusta.

Scappa - Get Out, di Jordan Peele
Questo film ha piacevolmente ecceduto le mie aspettative. Scritto con sapienza e ricco di sfumature acute e sarcastiche è una rappresentazione metaforica, al tempo stesso intelligente e molto divertente del falso liberalismo e dell’appropriazione culturale nell’America contemporanea, una faccia del razzismo più subdola ed insidiosa. Sinistro e a tratti molto inquietante, Scappa strizza l’occhio a film del passato come L’invasione degli ultracorpi, La fabbrica delle mogli e Indovina chi viene a cena ma si impone energicamente con il suo originale misto di horror, satira sociale e commedia.

Wrath of Silence, di Xin Yukun
Secondo film per il trentenne regista cinese, dopo The Coffin in the Mountain, Wrath of Silence è un thriller raggelante ad atmosferico dalla tensione crescente, ma anche un potente exposé della corruzione e dell’individualismo che fanno da tessuto connettivo della società attuale cinese. Girato in una penetrante alta definizione che dona un effetto iperrealista ed inquietante, è la fotografia di una terra sventrata nel fisico e nell'etica da un’incurabile cupidigia.

Brawl in Cell 99, di S. Craig Zahler
Il regista fa un’operazione alla Tarantino rispolverando il tipico grindhouse, una sorta di B-movie, e insufflandoci nuova vita con tecnica, creatività e una grande performance di Vince Vaughn che è al centro di questo film, con un personaggio molto diverso dai suoi soliti e la sua interpretazione robotica di un uomo compassato, con una sua personale etica, che cerca di fare sempre del suo meglio anche nel peggio, è esilarante e coinvolgente. Non è un film per un pubblico facilmente impressionabile, non ha nessun commento musicale ma tanto rumore di ossa rotte.

You Were Never Really Here, di Lynne Ramsay
Questo lavoro è un’interpretazione umorale ed eccezionalmente nera del cosiddetto 'Man on a Mission', con un’aura molto 'auteur'. Joaquin Phoenix interpreta con realismo impressionante Joe, un ex militare, specializzato in missioni particolari e tormentato dalla propria infanzia di abusi e orrendo autolesionismo. Joe procede in uno stato allucinatorio, indotto da pillole e costellato di flashback da incubo nella sua missione di recuperare una minorenne nei guai e la regista lascia gli eventi un po’ sfocati per concentrasi sui due personaggi, ridotti entrambi ai confini della sanità mentale da abuso e violenza. Inquietante e originale.

The Killing of a Scared Deer, di Yorgos Lanthimos
Già accostato a Kubrick e De Palma per il suo horror quieto, il regista ha affinato con rigorosa chiarezza un suo personale metodo per congelare la nostra incredulità e risucchiarci nel suo originalissimo 'Universo Lanthimos'. Qui il mito di Ifigenia in Aulide è reinterpretato mettendo in scena un’allegoria del delitto e castigo in una parabola fatalista di colpe patriarcali che ricadono sui figli. Un cardiochirurgo con un immenso potere di vita e di morte nelle sue mani è il re del mito, ma è un re senza libertà, condizionato da indecisione, desideri ed eventi che sfuggono completamente al suo controllo e sarà sconfitto della sua propria stoltezza.

Questi sono 10 film del 2017 che mi hanno assorbito nella visione e che mi hanno dato qualcosa da portare con me a casa su cui rimuginare. Come sempre la mia panoramica personale dell’anno è parziale e inficiata dall’eterogeneità delle mie visioni, parte in festival, parte Asia, molto poco al cinema durante le uscite 'regolari'. Qualcosa di buono che mi è parso di notare in questo anno passato, è stato un aumento nella presenza di registe donne e storie di donne, per citarne uno come esempio, Angels Wear White, di Vivian Qu, una storia di abuso sessuale su minori e sulla corruzione degli ufficiali addetti a maneggiare il caso. Una menzione speciale va anche a Mad World di Chun Wong, Small Talk di Huang Hui-chen e Foxtrot di Samuel Maoz.


I magnifici dieci di Simone Tricarico (in ordine di gradimento)

Twin Peaks: The Return, di David Lynch
Può sembrare strano includere una serie evento nella lista dei migliori film dell’anno, ma il ritorno di David Lynch dietro la macchina da presa è un’incredibile esperienza cinematografica che trascende i generi e le classificazioni. Con le sue indimenticabili diciotto ore di puro sogno lucido, Twin Peaks conferma quanto dichiarato dal regista statunitense: per un artista non esiste differenza nel processo creativo che genera contenuti per la televisione o il cinema.

Mrs. Fang, di Wang Bing
Ancora una volta Wang Bing fissa sullo schermo immagini di rara potenza e incisività. Un cinema che racconta con incredibile intensità la debolezza della condizione umana, analizzando il dolore e la sofferenza con pudore e sensibilità commoventi.

L'altro volto della speranza, di Aki Kaurismaki
“Chi non si ricorda del bene, non spera”: le parole di Goethe sembrano adattarsi perfettamente all’ultimo film di Aki Kaurismaki, che ha ormai abituato il pubblico al suo stile stralunato capace di conciliare l’amarezza della realtà con la profonda ricchezza interiore dei suoi personaggi. Il regista finlandese regala ancora una volta un concentrato di surreale di emozioni, in grado di divertire e far riflettere attraverso una firma stilistica luminosa e inconfondibile.

Happy End, di Michael Haneke
Haneke realizza ancora come al solito un film spietato e glaciale, una riflessione asettica e amara sulla decadenza della società borghese e dei suoi valori. Sostenuto dall’interpretazione di un meraviglioso Jean-Louis Trintignant, Happy End analizza con distacco la crisi culturale che attanaglia l’Europa, riproponendo tutte le ossessioni e gli stilemi tipici del grande autore austriaco.

Close-Knit, di Naoko Ogigami
Il film della Ogigami affronta tematiche dure e importanti attraverso un tocco delicato e misurato, capace di scandagliare anche i sentimenti più contrastanti con equilibrio e piacevole leggerezza. Un film che si tiene equidistante dagli eccessi e dalle derive melodrammatiche, raccontando con naturalezza e autenticità una storia carica di umanità.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh
Impreziosito da interpretazioni perfette e da una sceneggiatura ricca e brillante, la pellicola di Martin McDonagh è stata forse una delle poche certezze della 74ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha quasi il respiro del western, proponendo un intreccio perfetto che alterna violenza, ironia e dramma con ritmi impeccabili e un gusto estetico pregevole.

Unrest, di Jennifer Brea
Il documentario di Brea getta uno sguardo potente ed emozionante sulla precarietà di una vita minata dalla presenza della malattia. Un’opera di denuncia e di coraggio, in grado di affrontare con forza e vitalità temi importanti come la perdita, la famiglia e gli affetti.

The Square, di Ruben Östlund
Östlund gioca ancora una volta con i suoi personaggi, portando al paradossale le conseguenze della logica del reale. Il suo racconto apparentemente sconnesso e destrutturato accumula immagine dopo immagine provocazioni, mescolando ironia e assurdo con sfacciata irriverenza. Un’analisi forse fin troppo semplice e compiaciuta di tematiche apparentemente esplicite, ma in grado di disturbare il pubblico anche solo attraverso l’uso della macchina da presa.

Loveless, di Andrey Zvyagintsev 
Zvyagintsev realizza un nuovo duro film a tema, denunciando la vacuità di una società moderna sempre più alienata. Immagini perfette e inquadrature di rigore maniacale accompagnano una scrittura forse non efficace come per il precedente Leviathan, ma comunque in grado di scuotere lo spettatore. Una dolorosa metafora su un mondo in cui le persone appaiono sempre più chiuse in se stesse e incapaci di relazionarsi agli altri.

Thelma, di Joaquim Trier
Sorprendente film di Joachim Trier che gioca con i generi articolandosi in una sorta di metafora a tinte forti che trae forza da atmosfere e improvvisi cambi di registro. Un’abile esplorazione della psiche umana che alterna i piani temporali con suggestiva efficacia.

L’annata cinematografica ha saputo regalare molte pellicole interessanti e di qualità, ma si fa fatica a individuare opere in grado di rapire totalmente lo spettatore. L’unica eccezione, non a caso, è rappresentata dall’inclassificabile Twin Peaks, l’oggetto misterioso partorito dalla mente folle di David Lynch. Accanto ad alcune certezze (come Kaurismaki, Haneke o Wang Bing) si sono aggiunte alcune stimolanti sorprese, ma la sensazione resta quella di un 2017 in tono minore. In tal senso anche il circuito festivaliero non ha mostrato grandi sussulti, passando dalla deludente kermesse veneziana, a Cannes fino all’improponibile edizione della Festa del Cinema di Roma. La speranza è che nel 2018 si riesca finalmente a essere di nuovo conquistati dalle uscite in programmazione, che vedono coinvolti molti grandi autori e alcuni nuovi talenti emergenti in cerca della definitiva consacrazione.



I magnifici dieci di Massimo Volpe (in ordine di gradimento)

Jackie, di Pablo Larrain

Con il suo primo lavoro fuori dai confini del Cile, Larrain dimostra pienamente di essere regista degno del gotha del cinema moderno. Nonostante la scelta difficile e ambiziosa di tratteggiare i contorni di una delle figure più importanti del secolo scorso, il regista cileno riesce con la lucidità e anche la durezza che gli è propria a confezionare un racconto con al centro la forza del potere ed il mito, attraverso un ritratto tutt’altro che meramente biografico di Jackie Kennedy moglie del Presidente degli Stati Uniti assassinato negli Anni '60 a Dallas. Proprio intorno al lasso temporale trascorso dall’assassinio al funerale di stato Larrain mette a nudo la fragilità e l’intimità controversa della consorte, andando ben oltre la pura biografia.

Happy End, di Michael Haneke 
Lo sguardo severo e indagatore ma asettico e spesso anche acido del grande regista austriaco si posa stavolta sulla ricca borghesia del nord della Francia, in un racconto in cui gli aspetti più controversi di una classe sociale che è stata per secoli traino per l’Europa, e che ora mostra tutta la sua inadeguatezza e la sua rovina morale ed etica, sono messi a nudo senza alcun tipo di mediazione consolatoria né tanto meno assolutoria. La grottesca e patetica storia della famiglia di grandi imprenditori diventa per Haneke l’emblema del fallimento di tutta una società e dell’Occidente.

Corpo e Anima, di Ildikò Enyedi
Le sofferenze della realtà e la leggiadria del sogno, il dolore e lo sfacelo dei corpi e l’etereo spazio onirico abitato da leggiadri animali. Il film della regista ungherese è un perfetto connubio di questi due aspetti contrapposti e di un sentimento prima di tutto di compassione ricercato nell’inconscio dei due protagonisti: mezzo invalido e solo lui, silenziosa e solitaria al limite dell’autismo lei. Il risultato è un'opera che colpisce e che commuove, pur senza far versare lacrime perché non insegue facili situazioni ma si affida al contrasto tra realtà e sogno.

The Looming Storm, di Dong Yue
La più grande sorpresa dell’anno per l’opera prima del regista cinese, un abbacinante thriller-noir alla cinese (eh sì, cari amici occidentalofili, ormai dobbiamo considerarlo per lo meno un sottogenere…) che dietro al racconto che si carica di tensione lascia intravedere una spietata analisi della società cinese e del disagio che colpisce larghe parti della popolazione. Se la verità è una questione di prospettive, come insegna il canone principale del thriller, Dong riesce a combinare un bel racconto di disfacimento post industriale abbinato ad un noir carico di illusioni.

Mrs. Fang, di Wang Bing
Il cantore dei colossali e interminabili cambiamenti sociali in Cina questa volta si concentra su una storia intima dura e dolorosa, in cui la società è solo un semplice sfondo al dramma di una donna affetta dal morbo di Alzheimer in fase terminale. La macchina da presa di Wang Bing penetra nella casa della donna moribonda e si carica di umanità e di compassione, lasciando il suo sguardo neutro lontano a scrutare tutto ciò che si muove intorno alla vicenda in un piccolo villaggio fluviale della provincia cinese. Primo grande e meritatissimo riconoscimento per il grande documentarista, Mrs Fang trionfa a Locarno vedendosi assegnare il Pardo d’Oro per il miglior lungometraggio.

Mad World, di Wong Chun
Esordio degno di nota per il regista di Hong Kong che esplora l’universo della malattia mentale, dei rapporti interpersonali tra figlio malato e padre costretto a fare i conti con la sua inadeguatezza e della difficile condizione sociale dei malati di mente. Nonostante la tematica il film di Wong Chun mantiene sempre un'apprezzabile lucidità soprattutto nell’analisi del legame famigliare, unico appiglio che può portare alla salvezza. Con un film così bello e al contempo duro il giovane regista di Hong Kong si impone come una delle più belle novità di questa annata.

Men Don’t Cry, di Alen Drljevic
Dopo vent’anni le guerre balcaniche portano ancora con sé rancori, ferite, odii e conflitti non risolti. Attraverso un potente lavoro che si pone a metà tra psicoanalisi e redenzione il regista bosniaco traccia una possibile via d’uscita dal tunnel dell’odio e dell’orrore per i suoi protagonisti, tutti reduci di guerra, riuniti in un albergo e, estrapolando per tutte le popolazioni coinvolte; la pietas e la fiducia nelle generazioni nate libere dall’odio sembra essere per Drljevic l’unico sentiero che porta alla conciliazione con se stessi, con i propri fantasmi e con i nemici di una vita.

Birds Without Names, di Kazuya Shiraishi
Il regista giapponese per creare il suo lavoro si affida all’analisi di alcune delle tematiche più pregnanti del suo Paese: la solitudine, la difficoltà nell’instaurare rapporti interpersonali equilibrati, l’amore patologico totalizzante. Costruito come un dramma procede lentamente verso il thriller psicologico con frequentissimi flashback ben incastonati. Regia sapiente che regala momenti cinematografici degni di nota, personaggi perdenti, anche sgradevoli ma carichi di umanità fanno del lavoro di Shiraishi un’opera dura ma cinematograficamente armonica.

At the Terrace, di Kenji Yamauchi
Proveniente direttamente dai teatri dove è stata rappresentata sotto la direzione del medesimo regista, nonché autore del testo, At the Terrace è il classico film da camera che incidentalmente si svolge su una terrazza di una lussuosa casa dove alcuni personaggi si attardano al termine di una festa. Dialoghi pungenti, situazioni che lasciano trasparire un certo occhio sarcastico del regista verso la società nipponica e gli immancabili segreti che lentamente verranno fuori concorrono a costruire un lavoro intelligente, divertente e ricco di satira sociale.

I Am not Madame Bovary, di Feng Xiaogang
Nato dalla collaborazione con l’amico Liu Zheyun, tra i maggiori scrittori contemporanei cinesi, il lavoro di Feng ci riporta alla luce lo spirito più genuino del regista cinese attraverso un racconto che si sviluppa intorno alle vicissitudini di una donna alle prese con la feroce burocrazia della provincia cinese. Formalmente splendido grazie ad una fotografia magnifica e alla particolare scelta del formato da parte del regista, I Am not Madame Bovary è un intelligente, ironico ma al tempo stesso passionale excursus sulla Cina contemporanea e sui suoi problemi.

La stesura del resoconto dell’annata cinematografica diventa il momento tangibile della insufficienza critica del tempo: quanti film in più avresti voluto vedere? E invece, come sempre, ti rendi conto che il tempo è stato tiranno. Fatta la doverosa premessa, ecco il top del mio 2017 che, per le motivazione che derivano dal prologo, non può che essere parziale: dieci titoli che hanno segnato la personale annata di cinema.

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