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Detective Dee e i quattro Re celesti - Recensione

Terzo capitolo delle avventure di Dee Renjie diretto da Tsui Hark: la deriva verso il fantasy sembra inesorabile ma con la consueta attenzione all'aspetto tecnico e alla ricerca di una sempre più vasta libertà narrativa

Con Detective Dee e i quattro Re celesti (distribuito direttamente in home video dalla Eagle Pictures a partire da dicembre) Tsui Hark dirige e produce il terzo capitolo incentrato sulle gesta di Dee Renjie, personaggio - è bene ricordare - che ha fortissimi riscontri storici. Cinque anni dopo Rise of the Sea Dragon, l’ultimo lavoro del Maestro di Hong Kong riparte esattamente da dove si era concluso il precedente e termina a ridosso del primo capitolo Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, sebbene il finale lasci intendere un quasi certo quarto episodio.
Detective Dee stavolta deve affrontare i pericoli che l’Imperatrice Wu Zetian stessa introduce dentro la Dinastia Tang, mossa dal timore che la straordinaria arma che l’Imperatore affida a Dee possa essere usata contro il potere imperiale. L’Imperatrice, per riappropriarsi della leggendaria spada del Dragone, impone al comandante delle guardie imperiali Yuchi Zhenjin, compagno d’armi e amico fidato di Dee, di coordinare una masnada di personaggi inquietanti dediti alla stregoneria, assoldati da lei stessa allo scopo di recuperare la spada. Wu non sa che quei personaggi, potentissimi e abilissimi con le loro capacità da stregoni e da controllori delle menti, provengono da una comunità di guerrieri indiani che anni indietro aiutarono la dinastia Tang a conservare il potere, che furono poi perseguitati e sterminati e che ora tornano in cerca di vendetta. Solo Dee, con la sua proverbiale sagacia e intelligenza, potrà tentare di salvare dapprima se stesso dalle ire dell’Imperatrice e poi la dinastia stessa dalla sete di vendetta e dall’odio degli antichi alleati.
Confermando quanto potemmo notare in occasione del secondo capitolo della saga, Detective Dee e i quattro Re celesti denota un netto cambiamento di direzione in favore di una struttura narrativa e di tematiche tipiche da fantasy: abbondano infatti abbigliamenti e armi multiformi, mostri antropomorfi, draghi volanti, personaggi metà uomini e metà esseri fantastici. Se poi aggiungiamo il massiccio uso della CGI e del 3D, è facile comprendere come il lavoro di Tsui Hark diventi una vera e propria fucina di situazioni sorprendenti e spettacolari.
Va detto però che nella scelta tecnica e in quella più strettamente narrativa risiede una logica intimamente connessa al suo autore: da una parte la ricerca di un linguaggio cinematografico che tecnicamente si affida alle innovazioni più recenti, dall’altra il continuo frantumare i confini dei generi e della libertà espressiva alla ricerca di nuovi limiti che è sempre stato probabilmente il tratto cinematografico più distintivo di Tsui Hark. Da questo duplice lavoro di ricerca scaturisce un film che sicuramente è molto meno aderente alla realtà di quanto fu il primo capitolo con Andy Lau ad esempio, ma che non pecca certo di una spettacolarità che si traduce in puro divertimento sempre nutrito da un senso di meraviglia; non che manchino i tratti politici e sociali all’interno del racconto, con uno sconfinamento anche nella filosofia buddhista, attraverso la sublimazione del rancore che produce mostri di potenza estrema, ma è chiaro che la morale contenuta nel sottotesto è ben lungi dall’essere preponderante.
La figura di Dee, sempre a metà strada tra un antesignano di Sherlock Holmes e un invincibile guerriero, è la personificazione della ragione, l’ago della bilancia che riporta le cose nell’ambito della razionalità, il custode della fedeltà al Trono imperiale, personaggio intorno al quale si potrebbero imbastire a ragione serie infinite di racconti.

Detective Dee e i quattro Re celesti è quindi lavoro certamente eccessivo, estremo, nella sua continua ricerca di infrangere barriere tecniche e di linguaggio, ma rimane altrettanto certamente distante dai migliori lavori di Tsui Hark, non risparmiando comunque il divertimento e quel senso di sorpresa e meraviglia che è poi il fine ultimo e il motore del cinema.
Stavolta Mark Chao, forse perché svincolato ormai definitivamente dal pernicioso paragone col carisma del primo Dee Renjie interpretato da Andy Lau, è ben più convincente, mentre Carina Lau appare un po’ troppo monocorde nell’interpretazione dell’Imperatrice Wu. Sandra Ma Sichun è quella che offre probabilmente la migliore interpretazione nell’immancabile ruolo della combattente eroina, tipica figura dei film di Tsui Hark.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 3

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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