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Hikari (Radiance) - Recensione

Pur rimanendo fedele alle sue tematiche preferite, Naomi Kawase con Hikari (Radiance) sembra prediligere uno stile meno ostico e più comprensibile anche ad un pubblico occasionale: il risultato è un film dalla forte carica spirituale, dalla regia elegante nel quale il superamento della perdita e la Natura concorrono in maniera armonica alla creazione di una storia di ricerca interiore

Come tradizione ormai fortemente consolidata, Naomi Kawase aveva scelto ancora una volta il Festival di Cannes lo scorso anno per presentare il suo ultimo lavoro, ricevendo il Premio Ecumenico della Giuria. La regista giapponese ormai da anni è una 'creatura' del festival francese anche perché quasi sempre i suoi film si avvalgono del robusto contributo produttivo transalpino.
Hikari (titolo internazionale Radiance) è un lavoro nel quale la Kawase cerca di assemblare il suo stile e le sue tematiche cariche di spiritualità con una forma narrativa più lineare che sia più comprensibile al pubblico, anche quello che non segue assiduamente il suo cinema; già negli ultimi lavori aveva oscillato tra opere più intime e personali come Still the Water e pellicole decisamente più lineari come Le ricette della signora Toku, ricevendo reazioni contrastanti soprattutto da chi è affascinato dalla sua integrità stilistica. Hikari comunque è lavoro che, pur cercando di compenetrare queste due esigenze, presenta in maniera nettissima i tratti distintivi della regista.
La storia ruota intorno ad una giovane, Misako, che per lavoro scrive i testi delle versioni per  non vedenti dei film. Durante una delle sessioni in cui un ristretto gruppo di non vedenti è chiamato a giudicare il suo lavoro per un nuovo film, fa la conoscenza con Nakamori, un fotografo un tempo famoso e ormai prossimo a perdere totalmente la vista. Quest’ultimo accusa la ragazza di interpretare troppo le immagini e di non limitarsi a una semplice descrizione. Sebbene irritata dal comportamento dell’uomo, Misako prova verso di lui un'attrazione essenzialmente spirituale, stimolata dalla tragedia incombente che lo sta colpendo: gli ultimi sprazzi di un senso che sta svanendo e con esso la luce. La ragazza, che per una sorta di deformazione professionale è abituata a descrivere tutto ciò che la circonda, può diventare per Nakamori il surrogato della vista che ormai svanisce, ma soprattutto il connubio tra i due diventa una ricerca di quella luce che non è soltanto quella del sole (non a caso il riferimento al tramonto è reiterato nel film) ma soprattutto quella interiore capace di poter stimolare i sensi residui e rigenerare lo spirito. Misako, alter ego di Nakamori, deve superare il dolore per la perdita del padre, scomparso nel nulla quando era ragazzina e la progressiva perdita della luce della mente della madre, avviata alla demenza: del padre le rimane solo una foto scattata con un tramonto alle spalle e davanti ad un tramonto, insieme a Nakamori ormai totalmente privo di vista, le due anime trovano una congiunzione sorretta da una grande tenerezza.
Per Naomi Kawase i temi dell’abbandono e della perdita e del loro superamento costituiscono il principale caposaldo del suo cinema, sostenuto dalla forte impronta autobiografica, ma in Hikari il concetto di perdita diventa più dilatato: la vista per Nakamori, la lucidità mentale per la madre vanno ad aggiungersi alla sua perdita e alla sua elaborazione del dolore per la scomparsa del padre. Tutto il racconto è immerso nel naturalismo tipico dei lavori della Kawase: alberi scossi dal vento, stormire di fronde, rumori marini, il substrato sonoro della città servono ad immergere i personaggi e le tematiche che si portano dietro in un'atmosfera che amplifica il senso di spiritualità. Ma in Hikari c’è anche uno sguardo metacinematografico sul senso dell’arte, sulla comprensione, sull’immaginazione, sulla fantasia e sul concetto intimo di cinema come veicolo di emozioni.
Certamente Hikari è lavoro meno ostico di altri della regista giapponese, anche lei forse giunta a quello snodo della carriera in cui ci si domanda se la propria arte sia veramente compresa da tutti. L’abbassare gli steccati del proprio credo cinematografico è quindi operazione che nasce dal dubbio di non essere compresi o da una crisi di identità? Tralasciando le possibili risposte al quesito, va detto che comunque Hikari è film bello, intenso, capace di stimolare i sentimenti a fondo senza considerare ciò un atteggiamento furbo attraverso il racconto di un rapporto che di amoroso ha ben poco, basandosi invece più su una ricerca di aiuto reciproco che sconfigga dolore e solitudine.
La luce di cui si parla sovente nel film è quella che si genera nell’animo, quella che trasforma le immagini in sentimenti, quella che aiuta a superare il dolore per quanto si è perso, quella che viene carpita al tramonto e che rimane però impressa prima che scompaia.

La delicatezza e la classe con cui Naomi Kawase tratta questi argomenti, anche in modo reiterato ormai da svariati anni nel corso della sua carriera, si fondono armonicamente con una regia che può apparire minimalista, ma che invece presta grande attenzione ai dettagli e alla costruzione dell’immagine sorretta da una colonna sonora solida, forse solo un poco ridondante.
Ayame Misaki (Misako) e Masatoshi Nagase (Nakamori) sono gli interpreti eccellenti, che offrono una prova carica di freschezza e intensità la prima e di grande doloroso sentimento il secondo.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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