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Port of Call - Recensione (Far East Film Festival 2015)

Terza opera alla regia per lo sceneggiatore Philip Yung. In questo nuovo film propone un fatto di cronaca reale che riguarda l'omicidio di una ragazza ad Hong Kong. Il regista riprende la vicenda, considerando poco, però, il cinema almeno per quanto riguarda gli obiettivi narrativi...

Wang Jiamei ha sedici anni. Arriva ad Hong Kong dalla provincia dello Hunan, passando per la scuola che frequenta a Dongguan. Nella città cantonese vive con la madre e la sorella in un piccolo appartamento, ma sente che la sua vita non la soddisfa. Cerca di inserirsi socialmente ad Hong Kong, ma né il lavoro come hostess, né tanto meno quello al McDonald's riescono a dare un senso alla sua esistenza. Decide, così, di iniziare a prostituirsi cercando contatti nel web. Qui conosce il camionista Ting Tsz-chung con cui intesse una relazione di chat personale e tenera che conduce all'incontro. Quando i due si vedono, si capiscono e la ragazza chiede all'uomo di ucciderla. Questo la strangola, la taglia a pezzi e disperde i resti tra lo scarico del water e il mare. Subito dopo l'uomo si costituisce all'agente Chong a cui non resta che scoprire il movente addentrandosi nelle psicologie e nelle storia della ragazza e dell'uomo.
Port of Call nasce da un fatto di cronaca reale avvenuto ad Hong Kong nel 2008 che viene riproposto sul grande schermo perfettamente nelle dinamiche dell'omicidio. Al regista e sceneggiatore Philip Yung, che già nel precedente lungometraggio May We Chat del 2013 proponeva il mondo di alcune adolescenti complicate, rimane il compito di rendere la storia cinematografica. Per raggiungere lo scopo, arruola Christopher Doyle come direttore della fotografia e chiama il grande Aaron Kwok per il ruolo del poliziotto, mentre la giovanissima Wang e il camionista Ting sono rispettivamente interpretati da Jessie Li e Michael Ning, due giovani attori di teatro.
Dunque i presupposti per vedere un buon film ci sono tutti, eppure Yung non riesce nell'intento. Al termine dei quattro capitoli che vanno indietro e avanti nel tempo, rimane un gran senso di inespresso in chi guarda nei cui occhi brilla solo una Hong Kong cupa e piovosa, sinistra e scura sia negli interni che negli esterni grazie al lavoro di Doyle. Il film, infatti, che inizia dalla fine, ossia dalla confessione di Ting, appare più incentrato sulla volontà del regista di creare una forte fascinazione visiva enfatizzata anche da dialoghi rarefatti, pensieri adombrati, sguardi languidi e persi, soprattutto della ragazza, e dai grandi interrogativi del detective che però non sembrano condurre a nessuna idea. Il regista, inoltre, non fornisce elementi di narrazione comune nelle descrizioni delle tre vite dei protagonisti, utili a capire il movente dell'omicidio o almeno il motivo dell'insoddisfazione della ragazza o la vita da emarginato dell'uomo. Nell'ultima parte della pellicola, tuttavia, il pubblico comprende che il vero protagonista è l'agente Chong e che l'omicidio per cui indaga è strettamente connesso alla sua vita. Il tutto avviene in maniera non contestualizzata, però, e sembra quasi voler indicare la soluzione più facile alla pellicola. Anche gli elementi di critica sociale che dovrebbero motivare le azioni di Wang e Ting sono superficialmente proposti e quasi pretestuosi al fine di trovare un fondamento reale alla vicenda.

Insomma, 'il porto di sosta' a cui rimanda il titolo non si capisce quale possa essere, in quanto Yung appare più attento a inserire elementi commerciali, come le canzoni in lingua cantonese o gli altri attori di contorno abbozzati come caricature, utili a conquistare il mercato, più che il cinema.


Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 1.5

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Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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